Nefele

Νεφέλη è la parola poetica per eccellenza.

Derivata da νέφος, che significa nube, è stata nel tempo utilizzata da Omero, Sofocle ed Eschilo nei significati di nube della morte, del doloredel sonno o anche come nube mortifera del Centauro: dobbiamo infatti ricordare che Νεφέλη è anche la donna mitologica madre di questa creatura per metà uomo e per metà cavallo.

Ma le Νεφέλη in cui ci si imbatte nella mitologia greca non finiscono qui. Ne conosciamo altre due: la prima è ninfa delle nubi e moglie del re Atamante, la seconda è, invece, un’ oceanina al seguito di Artemide.

L’estrema poeticità di questa parola ha fatto si che la scelta del nome per la cosa che volevamo creare, cadesse su di essa. Prodigio del linguaggio, infatti, è l’unire la morte, il dolore e il sonno, elementi così prossimi nella vita umana e così separati dalle moderne semantiche, in un’unica parola.

Non abbiamo voluto, con questa scelta, creare un simbolo o penetrarne uno già esistente:  la nostra Nefele è un atto estetico, dovuto integralmente alla bellezza della parola: valore, questo della parola coltivata a prescindere dalla sua funzione, liberata dal cerchio della comunicazione, oggi condannato all’estinzione da questo strano imperativo dominante che recita, come un mantra ossessivo e rituale, “Communication is the key”. 

Nefele, dunque, è la risposta delle arti al loro moderno obbligo di funzione. Nefele è il dire delle arti contro la communication obbligatoria e misera. Misera di spirito, di λόγος e di quella fondamentale e bandita dose d’illogico delirio.

 

 

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