Se non è pandemonio. Luca Crastolla: cinque poesie e cinque domande all’autore

Su Nefele avrò l’onore di ospitare i migliori poeti italiani. Quelli veri, che non fanno più distinzione tra arte e vita, quelli accompagnati dalla buona e dalla cattiva sorte, quelli che hanno scelto di essere visibili, esposti, e quelli che, invece, hanno preferito trovarsi un cantuccio nell’ombra. Alcuni conosciuti, altri meno: non importa. Questa non sarà una vetrina, né una fiera di allodole.

Il mio primo ospite è Luca Crastolla: in quest’articolo troverete un’intervista, che gli ho fatto con estremo piacere, e cinque delle sue più belle poesie.

N.B. Per comodità abbiamo scelto di utilizzare M.T. e L.C., al posto di riportare, a ogni domanda e risposta, i nostri nomi per esteso.

 ~ ~ ~

M.T: La tua poesia è un ossario. Un ossario nel senso in cui il topos dei tuoi componimenti è un sepolcro, nel quale il soggetto svanisce, l’io è bandito, e rimane la sola consapevolezza del tuo farti tramite, sacerdote, di un messaggio altro e mortale. Ricorrono spesso immagini di assenza di carne, e noi tutti sappiamo che sotto la carne, quasi alla sua radice, v’è l’osso. Scrivi:

Si fa fossile

nel fianco

la conchiglia che mai fu abitata

Allora ti chiedo, Luca, qual è la conchiglia che mai fu abitata. E perché è proprio lei, la conchiglia, a essere disabitata. D’altronde, siamo proprio sicuri che essere disabitati sia un modo di dire il vuoto? Oppure si tratta di una condizione parallela, di assenza che ha lasciato tracce anche nel non essersi mai compiuta?

Mi spiego meglio: la conchiglia non è più abitata, , è nel qui e ora a essere disabitata, o lo è sempre stata?

L.C: La conchiglia è una casa, qui intesa come luogo di affetti, di relazione,  ma con tutta evidenza la relazione qui è solo un simulacro di sé; resta, quindi, la casa vuota, la forma che le era stata destinata, e resta mai abitata. Tuttavia il difetto di sostanza s’incista nella memoria come luogo disabitato.

Il testo s’ispira a una mia (non)relazione passata che ho a lungo trascinato. Pur nella sua patologia mi ha segnato molto. Tutt’ora ne sento la presenza nella mia vita, ma appunto, come vuoto.Però credo che tu abbia centrato: ossa, pietra, calcare, resti e polvere non mancano quasi mai.

Il mio misticismo ruota intorno alle cose che si lasciano segnare dal tempo eppure vi resistono. Lo trovo rassicurante e commovente. Per altro, le ossa sono quanto di più simile alla pietra, così, mi appaiono come l’anello di congiunzione con la terra. Nel mio sentire sono quello che abbiamo per celebrare l’eucarestia con la radice del tutto, la materia. Mi è tornato in mente un mio testo ricavato alla Isgrò:

 

mandria 

mandrialis

 

matrix

matricalis

 

madra gal

madrugada materialis
mater

meandri madre

madrigale

M.T: La tua poesia è dunque per negazione. È più quello che non c’è che quello che è, che sta. Ma questa negazione è un’assenza oppure una mancanza? Laddove la mancanza è qualcosa che non è mai stato, di insondabile perché mai esistito e mai possibile, e l’assenza qualcosa che manca ma che è definito, che ha forma.

L.C: L’arte, nel suo atto creativo, è per me sempre mossa dalla necessità di restituirci a qualcosa che intuiamo ma che non si lascia raggiungere. In quanto tale, l’arte è sempre in rapporto con il sentimento di mancanza. Tuttavia, non credo nell’arte, e quindi nella poesia come una vera cura. E’ piuttosto un palliativo, una terapia del dolore.

In particolare, ho sempre considerato la poesia una risposta alla fine dell’età delle ninne-nanne. Ha la stessa funzione, in fondo.  Come le nenie rassicurano il bambino durante la separazione dal mondo noto degli oggetti e degli affetti, così la poesia rassicura il poeta.

Estetizzare l’esperienza, in effetti, è dotarsi di due ammortizzatori che ci riparano dalle disconnessioni della vita: il primo, rendere i vissuti più vicini alla nostra sensibilità, quindi più accettabili (non è vero che proviamo a rendere bello anche quel che ci ripugna e che ci spaventa?); il secondo, fornirci l’illusione che dal padroneggiare l’immagine che ne elaboriamo, ne derivi una capacità di gestire più proficuamente, l’esperienza. A volte questa illusione resta tale, altre, rappresenta la suggestione che guiderà noi, o altri in un’impresa di sovvertimento che supera l’ambito estetico per incidere nel mondo.

Ne sono convinto: il poeta, è innanzitutto un orfano della ninna-nanna. Uno che ancora sente questo lutto, che non accetta la separazione da quel che addolciva la via oscura della prima separazione. Con la poesia, quindi, provvede da sé. È per questa via che concludo che il poeta, ma anche l’artista in genere, non ha uno status d’umanità o sensibilità eccezionale. Semplicemente, con i suoi mezzi, rincorre il bisogno di tutti: farsi il meno male possibile.

E se il poeta eccelle in una sensibilità, è per il suo mezzo: la parola.

M.T: Proprio sapendo che l’arte è composta, all’origine, da un atto creativo, devo chiederti in quale misura la creazione coincida con la menzogna e in quale, invece, stabilisca la distanza tra sè e la verità.

L.C: Per il filosofo francese Frédéric Paulhan, l’arte non è né conoscenza né trasformazione del mondo, bensì una soppressione della realtà attraverso la menzogna. La sua è visione tranchant. Una soluzione manichea.

Forse perché non mi sono mai piaciute le visioni nette, forse per un fatto emotivo insomma, o forse per speculazione, io questa visione non posso recepirla nella sua rigidità.

Attribuendo all’arte un valore consolatorio, pervengo alla medesima conclusione: è di fatto una menzogna. La consolazione non ha nessun controllo sugli eventi che affronterà un individuo, tuttavia può sostenerlo. Di fatto il principio della consolazione è il pensiero magico.

Guarda come tutto torna: parlavamo di ninna-nanne, e questa forma di pensiero (il pensiero magico) è tipicamente infantile, ma in realtà e per fortuna non abbandona mai totalmente la mente umana. Tracce del pensiero magico sono facilmente rinvenibili anche nel pensiero adulto, quotidianamente. Ritenere che il pensiero logico sia l’unica modalità dell’umano adulto è la vera illusione. Con vera intendo dire disumana (in verità), controproducente. Di fatto, l’analisi dei frequenti processi di scelta mette in crisi l’idea che il pensiero logico sia l’approdo dell’evoluzione dell’individuo. Questo è un modello di perfezione creato sulla base di prototipi astratti dell’umano pensare. Allora questo è il vero inganno, perché non ci dice la verità sull’uomo, ma anche perché non consola.

L’atto creativo al contrario, se in buona fede, è una bugia bianca, anche transitoria, precaria. Per chiarire questo passaggio, scomoderò un concetto a me molto caro elaborato dallo psicanalista Donald Winnicot: lo spazio transizionale.

Secondo Winnicott la realtà vista dal bambino nei primi anni di vita è puramente soggettiva: tutto, compresa la madre, è per il bambino costruita da lui soggettivamente, e ogni cosa è sotto il suo controllo. Durante questa età il bambino vede la madre come frutto dei suoi desideri.

Crescendo, il bambino dovrà abbandonare questa visione della madre. Il bambino deve cioè compiere un passaggio dalla realtà soggettiva a quella oggettiva, ma tra le due forme di realtà se ne interpone un’altra, lo spazio transizionale. Questo spazio possiede entrambe le caratteristiche degli altri due spazi, poiché include sia la componente soggettiva che quella oggettiva.

Il passaggio tra queste due realtà avviene grazie a degli oggetti che consentono al bambino di compiere questo cambiamento senza strappi. Winnicott chiama questi oggetti oggetti transizionali. Tipicamente: il lembo della coperta, che il bambino userà come sostituto della madre per addormentarsi, oppure il peluche di pezza che si porterà sempre con sè.

Gli oggetti inoltre faranno sì che il bambino possa entrare nella realtà oggettiva senza perdere però parte della sua realtà soggettiva. Questa zona franca, lo spazio transazionale, è la zona che secondo Winnicott consentirà l’espressione dell’originalità dell’adulto.

Concludendo definendo la poesia uno spazio transizionale, che s’interpone tra quel che al poeta è venuto a mancare (o che desidera) e quel che gli è dato in sorte. Questo è lo spazio che arrediamo con la nostra bugia bianca, con la nostra consolazione, con la magia. È menzogna? O è percezione creativa, ovvero ciò che più di ogni altra cosa fa sì che l’individuo abbia l’impressione che la vita valga la pena di essere vissuta[1]?

M.T: Ci hai parlato della ninna-nanna, della ninna-nanna come atto di accompagnamento e consolazione. Anche Ritsos sostiene che i poeti siano consolatori del mondo. Ma allora, il poeta ha funzione? O la poesia è assoluta (absoluta, ovvero sciolta), priva di vincoli e scopi?

L.C: Se la poesia non avesse scopo sarebbe qualunque cosa. Nel mio rispondere potrò aver dato l’impressione di avere una verità in tasca. In realtà non ne ho, mi arrampico sugli specchi come tutti. In questo mio arrampicarmi ho trovato il fragile appiglio della consolazione. Se c’è qualcosa di tenace, è il mio tenermi aggrappato a questa ipotesi, non l’ipotesi in sé. Per cui ben immagino che vi siamo altre visioni, altri panorami; e forse un giorno anche io vorrò affacciarmici e cambiare aria. Quel che non mi sembra possibile, però, e che l’arte come fatto umano possa essere priva di scopo, assoluta. Gli Assoluti appartengono ad altra dimensione che a quella umana, per definizione limitata.

Solo una cosa mi pare evidente con chiarezza: l’arte non può essere costretta nelle angustie dell’utile. L’utile è parente stretto del pensiero logico e dell’interesse, e quindi della conquista e del possedere. Ma all’arte non importa nessuna conquista se non quella dell’inutile, per usare delle parole del regista Werner Herzog, e l’artista è il creatore di cose belle e tutta l’arte è completamente inutile, per dirla con Oscar Wilde.

No, l’arte non è utile, è essenziale. Appartiene all’essere e non all’avere.

M.T: Questa è la domanda che porrò a tutti i poeti che passeranno di qui. A te l’onere e l’onore di battezzarla: quanto c’è di lirico al di fuori del de-lirico?

L.C: Parto da una doverosa precisazione: non ho i documenti in regola per rispondere a questa domanda complessa e pericolosa. Sono uno che si è ritrovato la penna per le mani e ha creduto, a crudo, di poterla utilizzare su di sé come strumento d’allegro chirurgo.

Ci provo comunque, non per presunzione, ma per darci una possibilità di dibattito (vorrebbe dire che il bersaglio l’ho colpito, ma, ragionevolmente, non credo di andare oltre il cerchio più largo).

Detto questo, ritengo che lirico e antilirico si sostanzino, in ultima analisi, di una diversa concezione del bello relativo alla forma. Ovviamente esaspererò le divergenze: è questo, un discorso analitico, e va preso considerando i limiti tipici di una vivisezione.

Il dunque: se nel lirico la forma è sfoggio di una bellezza distaccata rispetto al contenuto, di una bellezza per sé, quasi celeste; nell’antilirico il bello, che pure è ricercato, è concepito o sentito (consapevolmente o meno) come risultato dell’aderenza della forma al contenuto. Un’aderenza che consegna alla forma (l’insieme di suoni, tempo e stile) un valore espressivo da porre sullo stesso piano del contenuto. Baudelaire, molto prima di noi, ha tracciato questa riflessione ritenendo che il tempo del verso libero dovesse rimare con il pathos dell’intenzionalità espressiva. In altre parole nell’antilirico la forma è bella se espressivamente efficace, se non ostacola il contenuto, se anzi si pone in coerenza con esso. A questo punto, pure una forma cacofonica, o una parola oscena ha la sua dignità; ha la sua bellezza. Questo dal vangelo, secondo me.

Ma con una ulteriore doverosa precisazione, devo chiarire che il discorso sulla necessità che forma e contenuto siano una unità, l’ho maturato nell’ambiente dell’Inversionismo, la corrente letteraria fondata da Chirio e Francesca Dono. Mia è solo, e forse nemmeno, l’idea che il bello della forma vada valutato nel merito del suo potenza e coerenza espressiva.

Si può certamente obbiettare che non sia una novità che forma e sostanza debbano darsi la mano. Il punto è con quanta coerenza si persegue questa idea. Con quale consapevolezza di strumenti. Stop: ho già detto tanto cose che potrebbero essere usate contro di me.

 

M.T: Le tue parole sono state di una straordinaria apertura e precisione. Spero che, con la pubblicazione di questa intervista, se ne faccia argomento di dibattito. Magari in un futuro prossimo avremo occasione di ospitare una risposta al tuo intervento, o una conferma da parte degli Inversionisti.

A presto, Luca, e grazie per questi preziosi spunti di riflessione e critica.

[1] D. Winnicott

~ ~ ~

contami i giorni come si contano

i parassiti recidivi della carne

 

Torna alla notte in cui mi spogliai

del flagello di San Sebastiano

 

Torna al frangente in cui mi feci uomo

calpestando il pomo d’Adamo, rigettando quello di Eva

 

Verde era il frutto

come i marosi di grano che ignorano la falce

Rossa

la radice del bene

che scambiai per una tisana della sera

 

Il plaid che le copriva

le spalle dai miei ridicoli agguati

è quel che mi resta della nostra follia senza vento

 

Si fa fossile

nel fianco

la conchiglia che mai fu abitata

 

~ ~ ~

se non è pandemonio

d’erba di giardino decadente

t’ho conosciuta smilza

dove la luna si abbozza per magre figure

deglutendo il puntiglio

di un cielo stellato
E t’ho vissuto leggendo

tra le righe di necrologi di paese

per il vago sentore di essere affamigliato alla morte

di volti sconosciuti

dagli occhi come Scritture
E ho bagnato i piedi in salmi di pietre rotolanti

fatto gargarismi con vitigni sontuosi

(ne scellero i nomi

e ne calpesto i legami di sangue)
Così ho disperso il seme delle mute figliolanze

al seguito di perdizioni di ridicolo conto
Così ho frequentato

i sexishop dell’ingratitudine

tatuandomi sui polsi

il marchio registrato della tristezza
E danzato assoli

con protesi silicomiche

recitato la gioia

al cospetto del sole

e l’ironia

di fronte alla ruggine dei plinti
In bilico

sulle milizie della falce, cianfrusaglie e fandonie

al prezzo lordo

di un reiterato weekend promozionale

 

AFFRETTATEVI

~ ~ ~

dimmi di Agnese, di come intrecciava

le stuoie di foglie perdute all’abbraccio

 

dimmi di come torniva i cammini del papavero assorto

ripetendosi nelle orme, alla primavera che torna
di Agnese sapevo l’estate

riposta in conchiglie dal canto ormai asciutto
intuivo del suo allevare addii

che mai avrebbe ceduto ad alcuno
e nulla

nulla

di quel cortile disteso nel sole

per contrade di nespole e silenzi

~ ~ ~

non è nell’ammanco pluviale

che il propizio s’arrende
Sirio sa quel che tace

e lecca la barba di Dio

con fragole bagnate

nella resina di cinque tramonti
ed è nell’ ora appuntita

in cui Ludmilla beve

il suo tre per due

sedativo dell’inguine oleato

 

mandami indietro al dilemma

della costola estorta con grande baccano
mandami a inventariare quel che ci avanza

nelle dispense dell’avaria

~ ~ ~

anagrafica alla mano

era il 1974

di giugno

primo giorno della seconda decade
dalle mappe astrali in vigore

nella provincia di un Mercurio tarocco

con Plutone in fase maniacale

una vita spesa

a consolare Giove in esilio
si dice che le stelle

mi abbiano scolpito bifronte

con tutta l’onestà

concessami dal cielo

rendo noto

che in redazione di bestiario

si arrotondò per eccesso di difetto
il primo tentativo sei anni dopo

all’epoca avevo un fratello

“con due occhietti a cinesino

un nasino piccolino

due guancette paffutelle

e una bocca che accetta solo caramelle”

STOP

fine della miglior performance mnemonica in archivio
pirulin del nord all’andata

wagnone meridiano di ritorno

baffo di setola

pelle di rospo

palpito da ‘nfascinatura

(tre lacrime d’olivo nel bacile

non una volta come se ne scendono)
acne topexan e aracne

smemorai così il tempo dei longobardi

così rinnegai gli abbaglianti illuminismi

e mi persi

per le gole della rupe del cervone
li incontrai San Paolo tornato Saulo

morso dal rimorso sulla via per Galatina
letture?

poche

per inciampo

su lastre sdrucciole di logorrea spiovente
infine

Talia per talea
nella penna di Sofia

                        ~ ~ ~

[1] D. Winnicott

                    ~ ~ ~

di Mattia Tarantino
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2 pensieri riguardo “Se non è pandemonio. Luca Crastolla: cinque poesie e cinque domande all’autore

  1. Lieto di questo spazio che Nefele, mi ha offerto, e grato per l’intervista di Mattia Tarantino. L’occasione mi ha permesso di chiarire, prima a me stesso, e poi agli altri, cosa la poesia cavi dalla mie pietre.
    Mattia ha lo spessore per porre domande che non siano una riedizione dei testi posti in forma interrogativa; le sue, sono domande vere che aprono alla possibilità di una riflessione. Rinnovo la mia gratitudine.

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  2. Giusto per aderire al dibattito: non c’è alcun motivo che un autore si sfinisca nel tentativo di creare il bello, il bello è insito nel dono di quel viaggio che chiamiamo “vita “. Il punto quindi non è il confronto tra lirismo e qualsiasi altro concetto ci si voglia ante o posporre, perché la complessità dell’ esistenza li prevede in toto… all’ abilità dell’ autore, che poi direi più “alla sensibilità “, capire dove e quando usare la giusta forma espressiva per cercare di riprodurre tale eclatante, complessa e macchiavellica bellezza.

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