Salad Days: l’evoluzione di Mac DeMarco

Nella sezione musicale di Nefele avrò il piacere di ospitare i più disparati autori che hanno avuto – o stanno avendo – il piacere di cimentarsi nella critica musicale. Al pari degli articoli, delle recensioni e dei commenti, però, si darà spazio anche alle realtà territoriali: band già formate o in via di formazione saranno ospitate e presentate, artisti dal già noto rilievo nazionale saranno da me intervistati. 

Il primo articolo porta la firma di Francesco Fontana: un giovane autore napoletano, abile recensore delle atmosfere indie, folk e country.  


Salad Days è il secondo album in studio di Mac DeMarco (una delle figure più interessanti dell’indie rock dei nostri tempi). L’album, pubblicato nel 2014 dalla Captured Tracks, rappresenta non solo il definitivo approdo del cantautore e polistrumentista canadese nella scena indie mainstream, ma soprattutto la tappa finale di un processo di formazione che ha avuto inizio con il mini-LP “Rock and Roll Night Club” e si è evoluto poi col suo primo vero e proprio album in studio, che ironicamente porta il nome di “2”.

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Con questo secondo album si ha una decisiva evoluzione nello stile dell’autore, dal sound più unico che mai e per tal motivo difficilmente collocabile in un genere preciso, così da essere ritenuto un sotto-genere a parte, definito in mille modi diversi dai critici (“blue wave”, “slacker rock”) ma che ora porta il nome, scherzosamente ideato dallo stesso Mac, di “jizz jazz”. Allo stesso modo, quest’ultimo nasce dal gusto per i generi più disparati – cui s’ispira – che però (stranamente) non vanno a cozzare gli uni con gli altri: dal lo-fi ispirato al John Lennon di “Walls and Bridges” ai progetti solistici di Jonathan Richman, fino ad arrivare a riferimenti (non troppo scontati) ai My Bloody Valentine.

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Altra ispirazione sarà stata sicuramente Shigeo Sekito, noto musicista giapponese in attività dal ’75, che viene anche ringraziato nel libretto dell’album (della versione CD) per aver permesso la campionatura di uno dei suoi pezzi, in modo da poter essere poi utilizzata in uno dei brani, secondo noi, più interessanti dell’album in questione, Chamber of Reflection: la colonna portante di questo pezzo è, senza dubbio, un synthpop leggero dall’aria sognante che ci trasporta nella “camera” eponima, un chiaro riferimento alla massoneria in quanto questa stessa camera era un luogo di meditazione e “riflessione” riservato ai candidati per l’iniziazione alla massoneria, che lo stesso DeMarco paragona agli studios dove l’album è stato registrato e definisce «luogo dove poter pensare al passato e semplicemente andare avanti “per relazionarti con uomini migliori, ancora una volta solo”».

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Questo è, forse, l’intento dell’album di per sé: superare quell’ansia da novellino che lo porta ad essere “preoccupato ogni volta che il sole sorge” – come ci dice in Blue Boy – anche se poi si rincuora subito, “è così che va la vita”, dice. E continua, “calmati […] e cresci”.

di Francesco Fontana
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