Claudia Bruno – Estratti da un posto lontano

Quest’oggi partono le pubblicazioni per la sezione narrativa di Nefèle. Ogni mese, leggeremo racconti, estratti (epitaffi, epigrammi e tanto altro ancora) provenienti da diversi autori viventi in tutta Italia (ed eccezionalmente anche all’estero); cercando, in questo modo, di rendere noto sempre qualcosa di unico e non solo di diverso. Sperando che la nostra selezione sia di vostro gradimento, iniziamo da Claudia Bruno, che qui proponiamo con una serie di estratti dal suo primo libro – un romanzo di racconti, edito da Effequ “Fuori non c’è nessuno” e da varie riviste che hanno pubblicato le sue storie brevi. Per l’occasione, abbiamo rivolto qualche domanda all’autrice. Che dire di più, buona lettura e buon divertimento.

 

 


 

 

Partiamo subito con la prima domanda, la prima che mi viene in mente leggendo i tuoi testi: che rapporto hai con la preghiera, visto che compare spesso sotto forma di canto o di parola biascicata?

Credo molto nella forza della ripetizione. Posso dire che ripetere sequenze di frasi, anche solo mentalmente, è una pratica che fa parte del mio quotidiano. Ho una concezione forse ancestrale della preghiera, come formula magica, amuleto capace di riparare dalle avversità. C’è una preghiera che ripeto sempre quando mi sento vulnerabile, la ripeto finché non mi confondo. Più di tutto sono legata al suono che fanno le bocche nell’atto del pronunciare, al piccolo movimento che fa la lingua sul palato quando si bisbiglia tra i denti; quel sibilo, una volta che si libera dal significato delle singole parole, sembra assumerne uno proprio, e spesso mi aiuta mantenere un contatto con qualcosa che va oltre quella che può essere la mia piccola esistenza.

Un altro aspetto fondamentale della tua scrittura è sicuramente la lontananza, che va di pari passo con il ricordo.

Le distanze nello spazio e nel tempo sono un po’ la mia grammatica, perché è attraverso le distanze che riesco a sentire, e quindi a scrivere. La nostalgia è stata spesso liquidata come un modo superato di guardare al mondo, invece mi sembra un dispositivo importante per orientarci. È capace di indicarci se sentiamo qualcosa e verso cosa. In un’epoca in cui non sentiamo quasi niente, la considero preziosa. Non si tratta di elevare a mito il passato, quella è più una deriva. Si può provare nostalgia per qualcosa che non è mai accaduto, o magari per un bicchiere andato in frantumi cinque minuti fa.

Adesso voglio porti una domanda più generica: che importanza affidi alla parola scritta? Pensi che la migliore scrittura possa rendere reale l’immagine di un racconto?

Penso che la parola scritta non possa essere lasciata al caso, che ci sia tantissimo lavoro da fare ogni volta per farla quasi sparire, in modo che non sia d’intralcio a quel che spero sempre accada attraverso la scrittura, un incontro intimo tra due estraneità. La scrittura migliore è quella che non si vede, e che anche quando inventa dice la verità.

Nei tuoi racconti spesso si trovano persone che diventano luoghi, luoghi che diventano persone. In un racconto come quello de L’amica montabile (qui riportato in estratto, ndr.) le persone addirittura si scompongono: quanto fanno i dettagli nei tuoi personaggi, e quanto l’ambiente che li circonda li influenza?

È vero nelle mie storie c’è spesso una continuità di materia tra corpi e paesaggi. Penso a Greta, protagonista di Fuori non c’è nessuno, e al suo percepirsi come una “donna cantiere”, ma penso anche ai ricorrenti paesaggi domestici composti di piccoli oggetti che fanno come da contrappunto ai corpi di chi li abita, o ancora agli ambienti medici, con tutti i loro schermi e macchinari pronti a inghiottirti, digerirti, partorirti diversa. La relazione con il luogo è un elemento centrale nella mia scrittura, ci sono interni che diventano estranei e inospitali e improvvise intimità con spazi invece sconfinati oppure alieni.

Un’ultima domanda: è più importante, per i tuoi personaggi, quello che c’è (il presente?) o quello che non c’è, non c’è ancora o non c’è più (l’assente)?

Scrivo sempre di una mancanza e il presente mi sembra soprattutto questo, una mancanza. Se fosse un posto, sarebbe lontano.

 

 


 

 

Mi chiedo se questo posto ci assomiglia, se si può assomigliare a un deserto di ferro e di polvere, a un’isola di cemento, alla tristezza che ti afferra la gola quando vai a buttare la spazzatura e senti i cani che abbaiano dai balconi. Vorrei tornare in Scozia sulla strada dove ci siamo fermati a fumare e abbiamo visto le alci, dirti che sono felice. Ti guardo ma non dico niente. E all’improvviso mi ricordo. Nei tuoi occhi trovo tutti i luoghi che abbiamo attraversato, quelli che ancora non abbiamo scoperto. Mi ricordo anche quelli.

da: Quel poco che so di te, Cadillac, 2017

Così era accaduto con i cantieri. Greta ci aveva abitato per più di vent’anni. Per tutto quel tempo aveva fatto colazione davanti alle impalcature di ferro e di polvere. Ogni mattina si era riempita gli occhi d’incompiuto, e alla fine tutta la sua persona si era arresa a quel paesaggio. Aveva nei polmoni la terra rossa degli scavi, la sua saliva sapeva dell’acciaio dei ponteggi. Le ossa parevano cemento, un’armatura ingombrante che le faceva male portarsi dentro, rigida da potersi spezzare. Espira, suggeriva la fisioterapista. Co-sì. E le seguiva i contorni delle vertebre una a una, spingendo i polpastrelli tutt’intorno alla parte dura. Smontami, ordinava Greta in silenzio. Invece a Piana Tirrenica si continuava a costruire. La città di carta, la chiamava Greta, nelle sue fantasie era un gigantesco origami che nessuno riusciva mai a guardare per intero.

da: Fuori non c’è nessuno, Effequ, 2016

E la cercavo tra i prosecchi e le sigarette, sotto i cavi e in mezzo alle agende. Io cercavo disperatamente un’amica sul fondo dei bicchieri e nelle cartelle sopra il desktop, sull’agenda e dentro le pennette usb, in mezzo ai filtri e al tabacco, nelle tasche più interne delle borse, sui sedili posteriori della macchina e nel portabagagli, dentro ai trolley, sotto i mobili, nei vasi delle piante, tra i panni da lavare, la cercavo persino in mio padre, nel mio compagno, dentro di me, nella mia gatta, nei randagi che avvicinavo, dall’erborista a cui andavo a chiedere pozioni per l’umore.

da: L’amica montabile, Colla, 2015

Chiudi gli occhi, dice la voce. E il carrello mi fa scivolare nel tunnel, un gigantesco grembo di plastica che in pochi secondi m’inghiotte così come sono, orizzontale, e intera. Tutto comincia qui dentro, quando sento dei rumori molto forti e per non farmi prendere dalla claustrofobia penso: sono al concerto dei Prodigy sono al concerto dei Prodigy, romanticamente ad occhi chiusi al concerto dei Prodigy. Ma devo stare attenta a rimanere immobile. È così che accade, dentro la macchina della risonanza magnetica. Un posticino buio e stretto, dove si respira appena.

da: Solo Dio lo sa, Abbiamo le prove, 2015

Sono solo le mani della vecchia che vedo, quando entro. Perché intorno al fornello è tutto buio, anche il volto che resta segreto. Pratahsmarami, dice il canto. Ed è un filo che scompare nella cruna e passa oltre, attraversa gli spifferi di questa casa di pietra e arriva fino alla curva in fondo al viale dove la seicento si è fermata. Ci sono voluti chilometri prima di rendermi conto che non avevo più la minima idea di dove mi stessi andando a cacciare. Ma davo per scontato che dall’altra parte di tutti questi tornanti in salita, ce ne sarebbero stati altrettanti in discesa e sarei finalmente potuto tornare a casa. È così che succede, nei posti di montagna. Si sale, si scende. Ci si dimentica di quel che c’è nel mezzo.

da: Le capre di Rani, Verde rivista, 2017

Da quando sono arrivata qui mi capita di pregare. Anche adesso che infilo un passo dietro l’altro sulla neve, muovo appena le labbra. Ave regina dei cieli che rechi nel mondo la luce, pronuncio piano. «Come dice?» mi chiede la signora dell’alimentari impegnata a liberare l’ingresso dal ghiaccio. Ha i capelli lunghi, legati in una treccia arrotolata dietro la nuca. Insieme ai fustini di Dash vende pure il pane, sette filoni al giorno, non di più. «Niente», rispondo io schiarendo la gola. Quando prego mi esce fuori un’altra voce. È un fruscìo di parole attaccate, un soffiare che emetto il più delle volte sovrappensiero. «Troppo tempo, passi da sola», si lamenta mia madre a telefono, «troppo» ripete. E io allontano la cornetta dall’orecchio. Perché mia madre urla, soprattutto quando parla con qualcuno che si trova in un altro paese. «E quanti abitanti fa?», mi chiede poi. «Ottocento», rispondo. E mi ricordo di quando sono arrivata, e dentro l’unico bar mi hanno detto «qui non c’è niente».

da: Speriamo di vederci sempre, Flanerì, 2016

Con Filù, il tempo spariva e inghiottiva gli spazi. Ma la sua dote più incredibile, quella che ci fece restare a bocche spalancate, era senza dubbio la viscosità. Filù infatti aveva una bava che sapeva spalmare delicata con la lingua ruvida sopra i bordi delle cose, e così le aggiustava. Fece in tale modo per il vaso, per la maniglia, per la specchiera, e tutto il resto in poco tempo riprese la sua forma originale. Filù sapeva come tenere le cose attaccate a se stesse. Ci aveva aggiustato la vita, e per la contentezza trotterellava lungo i muri e fin sopra i soffitti disegnando nell’aria traiettorie di ellissi perfette che abbracciavano le tre dimensioni, perché Filù era dotata di piccole ventose polpastrelle che le consentivano di stare in dialogo con la gravità.

da: Adesivo speciale per incollare fortemente, Costola, 2016

Casa di Bea era piena di quadri. E in cucina aveva una parete completamente ricoperta di post-it, cartoline e piccoli biglietti lasciati dalle persone che erano passate. M’intrecciò i capelli davanti allo specchio del bagno, a partire dalla fronte e continuando fino alle spalle. Con l’aiuto di uno specchio più piccolo mi mostrò il risultato. Grazie, dissi, è bellissima. Te la insegno, mi rispose. Non le dissi che sapevo già farla. Ci scambiammo di posto e mi guidò le dita sulla sua testa. Poi mi condusse lungo i merletti del corpo, fino a dove voleva intrecciarmi le dita.

da: Le cose che non dico, Cadillac, 2015

Mentre guidi vedi, e vedi le vie dormitorio, vedi nessuno, t’infili nella desolazione come fosse una tuta, e cerchi, cerchi agli angoli, dentro gli spigoli, tra ombra e ombra, sotto ai coni luminosi artificiali. Finché non ti accorgi che vuoi qualcosa, e quello che vuoi è pizza, non chiedi mica la luna.

da: Escluso il cane, Il Paradiso degli Orchi, 2015

Claudia Bruno è nata a Foggia nel 1984 e vive tra Roma e Londra. Ha scritto “Fuori non c’è nessuno” (Effequ, 2016), romanzo di racconti dedicato alla vita negli hinterland. Suoi testi e storie brevi sono stati pubblicati su riviste letterarie. Tra le altre: Colla, Cadillac, Flanerí, Abbiamo le prove, Nazione Indiana, Costola, Verde, Il Paradiso degli Orchi. Su “Spremute” (http://spremutesenzazucchero.it) dispensa favole al limone e altre brevità.
di Samuele D'Alterio
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