Sogno, veglia, soglia. Vera D’Atri: sei poesie e sei domande all’autrice

Con una saggezza ritmica viene inseguito il dolore-orrore nel caos del quotidiano come in quello dei grandi temi della vita. L’amore è due, duello, contraddizione: la lotta è affrontata dal Narciso Vera e dall’umano Nessuno. Dopo ogni verso la realtà è più ricca, l’assenza meno colma. Il non finito non finisce neanche nel terreno del pensiero. Brevi illuminazioni incommentabili o commentabili con un impulsivo ‘c’est magnifique’. Ci sarà bisogno di un altro verso, per un tempo ed uno spazio in cui non ci saremo. Ci riguarderà ancora.

N.B. Per comodità abbiamo scelto di utilizzare F.R. e V.D., al posto di riportare, a ogni domanda e risposta, i nostri nomi per esteso.

—-

F.R. Vorrei cominciare da Una data segnata per partire: la tua poesia rende nella parte più corposa della raccolta uno scenario dell’orrore della quotidianità. L’orrore, però, ha une risposta in quello che mi sembra essere uno sforzo (il titolo della sezione è infatti Esercizi). Dunque: che tipo di esercizio, a tuo avviso, può ancora oggi offrire e osare la poesia fuori dal e dentro il poeta?

V. D. L’esercizio della poesia mi conduce alla riflessione e mi inoltra in visioni personali , altera gli elementi della mia quotidianità in modo da soddisfare l’intuito e rende logica tutta un serie di paure e di esaltazioni che solitamente agiscono solo in profondità e che apparentemente so dominare e nascondere. Dunque un disvelamento dell’io che si compie  come una fatalità o per lo meno che io sento a questa età come un dovere, quasi che, sottraendomi all’esercizio del verso io possa incappare in una sorta di codardia.

F.R. Sempre nella stessa opera si può leggere: non legatemi nastri d’aquilone/ io non so volare. Versi, questi, di una certa importanza perché, se è vero che la componente onirica (o erotica, di ampliamento del reale) riusciamo a ritrovarla ovunque, allo stesso modo ritroviamo le facciate più dure della realtà, come anche già ho ammesso. Allora la domanda antica: in che rapporto sogno, veglia, soglia, risveglio, realtà? Inoltre: come ti svegli, tu donna e tu poeta, dopo aver scritto un verso?

V. D. Sogno, veglia, soglia, risveglio. In qualunque stadio della coscienza si trovi il mio io, gli sono concessi solo pochi attimi. Tutto il mondo gli ruota dentro in opinioni altrui, affari, doveri, accorgimenti. E quando  prende ad interrogasi il mio io  spesso si rivela in risposte oscure, in formule dal suono seducente ma  senza costrutto, a volte restando  ignaro di quanto quella sia la chiarezza, di quanto lì finalmente risieda la sua verità. E a costui, dopo aver scritto un verso, uno di quelli necessari al testo e allo spirito, di solito accade di frugare ancora tra le parole, di cercare ancora e ancora l’atteso compimento, perché dall’ultimo verso spesso partono a raggiera mille altri incipit e mille altri versi e quello che ha già espresso sembra non bastare.

F. R. Ho letto in un’intervista che uno dei tuoi modelli è Amelia Rosselli. Di fatti alcuni tuoi versi possono riportarla alla mente: e se punto i piedi m’attraversa una velocità/ fatta di participi dove anche il nuovo/ esplora l’usato di ogni cosa (da Una tenace invadenza). Questa premessa mi pone su un piatto d’argento la domanda: qual è il rapporto di Vera D’Atri con la lingua? Quando è tua complice, quando è tua avversaria?

V. D. Per arrivare a dire la lingua deve collaborare, deve trovare parole adeguate. Le parole adeguate devono essere capaci di portare chi scrive lì dove vuole arrivare. Con o senza artificio devono compiere una missione dai contorni non chiari, devono avvicinarsi al baratro e respingere il desiderio di allontanarsene. La lingua o se vogliamo chiamarla lo stile ha permesso a molti poeti di parlare in modo così autentico e disperato, così universale da essere compresi anche senza poterli comprendere, poiché proprio i più criptici spesso ci rivelano l’enormità dello spazio e delle emozioni a nostra disposizione.

F.R. La tua opera più recente, Il fortino, con sottotitolo Scritture in stato d’assedio, è l’opera di chi è in lotta «per ottenere la salvaguardia dell’area già a fatica conquistata» (Antonio Bux). Leggo: un giorno spera nel fosforio degli astri/ e un altro prova a far maceria di se stessa. Potresti approfondire la questione sulle sofferenze e sulle necessità implicate e richiamate da questa difesa?

V.D. Non sapendo aggredire faccio parte delle prede e difendermi mi viene naturale. Nel “Il fortino” affronto l’argomento pretendendo di sottotitolare la raccolta con la dicitura “scritture in stato d’assedio”. Ma chiunque, se assediato tenta una difesa, credo, e non c’è alcun merito in questo.  Eppure, riconoscendo in me l’intransigenza di chi sta solo e chiuso per scelta, nei versi di questa raccolta c’è l’attesa di una riconciliazione. Il desiderio forse che ogni pena sia servita ad una grandezza, ad un migliorarsi in vista di un compito da svolgere con eleganza e passione.

F.R. Proprio in apertura de Il fortino possiamo leggere una poesia che ci rimanda all’altra tua dimensione artistica (il primo verso: Venendo notte disferò la tela): come vivi questa doppia personalità? Quando la penna e quando il pennello? E soprattutto: quanto del pennello nella penna e viceversa?

V.D. Diversi anni fa dipingevo ma nel verso: /venendo notte disferò la tela/( verso messo all’inizio della raccolta “Il fortino”) con tela intendevo il lavoro di Penelope. Ma devo dire che molti miei versi derivano da quadri non eseguiti, solo immaginati, da tristezze accumulate per non aver creduto in ciò che facevo e aver smesso di dipingere disperando in ogni tipo di sogno. Ma mi ritengo fortunata poiché prima che si sia fatto troppo tardi la scrittura mi è venuta in soccorso.

F.R. La parola del poeta è sempre stata profetica. Urgente. Crediamo ancora in ciò e sostituiamo il pessimo termine ‘contemporaneità’ con il sempre inappropriato ma meno offensivo ‘presente’. Quali poeti Vera D’Atri consiglia di leggere? E perché?

V.D. Oh, sono davvero tanti! Per fortuna i maestri sono tanti. Tra tutti mi piace citare Stefano D’Arrigo per la purezza della tessitura barocca, Adrien Rich, per l’incisività, Eliot per lo splendore delle considerazioni, Fortini e Raboni per l’amara intimità, Lorca per lo sguardo avido sul mondo, Majakosvkij per quel gridare a piena voce, Transtromer per la magia dei silenzi e aggiungerei la contemporanea Ida Travi per quei suoi piccoli dialoghi perfetti, ma non posso continuare sono un esercito, un esercito di generazioni che felicemente mi hanno tratto e mi traggono alla vita.

 

da Una data segnata per partire

 

*

Il sole è alberato e fonde lento curve

di campane, ombre puntute,

a tratti, vanno incontro a

corti medicee di tanti malandati allori

e poi di colpo il grano, spiga a spiga,

e accenni di colline che colmano i miei occhi

col verde, raggiante lutto dell’estate.

Attorno ville chiuse, ben difese.

 

Troppo esperta, troppo altera

questa solitudine e sulla lingua scricchiola

un alfabeto di cicale e poi il silenzio.

 

Il silenzio è per dire che io

non sono qui, sono nella sala dell’esame

e non ricordo niente. Un’anziana mi interroga

con il tono caldo di un superbo regnante.

 

Si riversa il mio sangue su damaschi illuminati,

cruda, ferale assenza di riscossa

trattiene il fiato.

 

*

La dea Kalì appesa nell’armadio,

io non sono niente,

ho dieci mani e non sono niente.

 

Io sono qui con il detersivo in fiamme,

sbiancata dalla fatica dei miei giorni,

pigra come l’ottone del letto,

piena di cicche, aguzza.

 

Io sono qui per un mucchio di cose,

qualcuna ogni tanto esplode;

non so come prenderle e ho dieci mani.

 

da Una tenace invadenza

 

*

Ma passa di qui l’autunno

con trafitture nuove. Beato e languido

come un San Sebastiano martire.

 

È dunque la nostra compassione che persevera

in un legame che intorpidisce,

 

che ha più voglie di cure

che di rotte Atlantiche. Sui vetri

le mie labbra a baciare venti onnipotenti.

 

Altre labbra ora dicono è tardi,

confuse a fili d’erica e balbettanti nella terra.

 

Ma resiste la casa, la vita resiste nelle inezie.

Due vertiginosi sì in bicchieri scompagnati

e nella nostra natura la foschia del tempo

 

e attorno al tavolo imbandito,

lento come l’accadere delle domeniche ottobrine,

si potrebbe dire di questo scolorire

nessuna ribellione al cuore che dimentica.

 

*

… le solcò la mente l’ideogramma rondine,

sfregiando la luce con un tratto nero d’inaudita bellezza.

Lei cantava per ore

come una vita inesperta che si rivolge

al rimedio dei refrain,

 

ma era un viaggio caduto giù dal ponte

per non essere baciato.

 

da Il fortino

 

*

Dislocami in un fato acuminato

dove non consente scintilla Prometeo.

 

Toglimi la perfezione, il gusto di ferire,

metti il tuo no a far da mendicante tra questa folla

di cere e di piumaggi. Sappi annunciare la

sconfitta e la scarsità

 

La vita che non cambia si strugge

 

*

Non sono più quel diverbio appassito

né la tara dello sciocco.

 

Nella vecchiezza di Giuseppe è la meraviglia,

nell’assedio del tempo l’avventura tardiva.

 

Notizie biobibliografiche:

Vera D’Atri è nata a Roma nel marzo del 1948. Vive a Napoli dal 1992. Ha conseguito il diploma di archivista all’archivio di Stato di Napoli. Solo dopo il 1997 si interessa di scrittura redigendo numerosi racconti e alcune brevi poesie facenti parte della raccolta “Abitare Sparta”  con la quale ottiene una menzione di merito al premio Lorenzo Montano diciassettesima edizione. A questa fanno seguito una piccola silloge poetica delle Edizioni della Biblioteca a cura di Giovanni Pugliese intitolata “Il museo di vaniglia” e nel 2009 la pubblicazione della silloge “Una data segnata per partire” edita dalla Kolibris di Bologna con prefazione di Rossella Tempesta. All’attivo anche alcuni racconti pubblicati in antologie e su riviste e un romanzo “ Buona bella brava” edito dalla Robin Edizioni nel 2010 e recensito da Enzo Rega su l’Indice dei libri. Suoi testi poetici compaiono su riviste, inserti culturali e numerosi blog (Opere inedite – di Luigia Sorrentino, Il giardino dei poeti,Transiti poetici, La casa senza tempo, La stanza di Nightingale, Gli occhi di Blimunda, Poetarum silva, Atelier, Pioggia obliqua, WSF). E’ presente inoltre nelle antologie “La giusta collera” edita da CFR, “Alter ego – Poeti al MANN”, Contatti diversi, I quaderni di Movimento Aperto, Scrittura sottovoce, Voci dell’aria, La parola abitata, Umana troppo umana e la grande madre ed è tra i vincitori del concorso “La vita in prosa 2011” con un racconto edito nell’antologia curata da Ivano Mugnaini e seconda classificata al concorso “ Scrivere a corte ” sempre del 2011. Terza classificata al premio Di Liegro 2012 sezione poesia. Sempre per la poesia è finalista al Premio Mazzacurati-Russo delle Edizioni d’If 2012-2013 con la plaquette “Tutte donne” A maggio 2013 esce la plaquette “Una tenace invadenza” a cura di Libro Aperto Edizioni. Ad ottobre 2013 è finalista al premio Michele Sovente, seconda edizione, sezione poesia inedita. Sue letture presso la biblioteca Nazionale di Napoli per la manifestazione “Veduta Leopardi”. A marzo 2016 esce la raccolta di poesie “Il Fortino” a cura di Terra d’ulivi edizioni con il quale vince il primo premio al concorso “L’iguana” Castello di Prata (omaggio alla Ortese). Alcuni suoi inediti figurano nell’ultimo numero della rivista Levania.

di Francesco Russo

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...