Superficie temporanea – 10 domande a Peter Piper

Peter Piper è un progetto musicale che nasce nel 2014; da oltre 3 anni, il contributo artistico della band passa attraverso una sperimentazione artistica mai completa, ma che – anzi – ama definirsi “inarrestabile”. Per la sezione musicale di Nefele, abbiamo deciso di intervistare il gruppo romagnolo, per approfondire gli aspetti di un’arte non solo dal mero punto di vista musicale, ma anche attraverso la cultura, i contesti e le atmosfere. 


Partiamo subito con qualche domanda di tipo “anagrafico e statistico”. Il nome della vostra band, Peter Piper, richiama subito un noto scioglilingua inglese in voga nelle scuole materne. Oltre tutto, è presente nel Roud Folk Song Index; il riferimento è giusto o c’è altro? Ma soprattutto, qual è il motivo per cui c’è stata tale scelta?

Il nome Peter Piper nasce per caso: il primo giorno in cui ci siamo incontrati tutti insieme con questa formazione abbiamo festeggiato bevendo una birra inglese, e caso ha voluto fosse una St. Peter’s IPA. La bottiglia sul tavolo ha dato il via ad una serie di collegamenti che hanno portato sì al popolare scioglilingua folkloristico inglese, ma anche a varie citazioni e omaggi fra cui “Piper at the gates of Dawn”, primo disco dei Pink Floyd, e al celebre verso di Stairway to Heaven dei Led Zeppelin: “The Piper will lead us to reason”. Un buon auspicio per tutti, per partire bene!

Quando e con quali intenti è ufficialmente nata la vostra formazione? Cosa può spingere degli appassionati di musica a credere in un simile progetto?

Il progetto è nato nel 2014, e inizialmente l’intento era riarrangiare “full band” alcune canzoni scritte da Giack Bass in stile cantautorale. I vari contributi dei musicisti, dato il diverso background musicale di ciascuno, hanno creato un sound originale ed è scattata la voglia di scrivere pezzi nuovi. Da lì abbiamo iniziato ad evolverci per trovare un nostro sound caratteristico.

Leggendo nelle informazioni della vostra pagina Facebook, ciò che balza subito all’occhio è una ricerca di originalità, sia strumentale che – ovviamente – testuale. Quale senso date al termine “originalità”? Cosa, per voi, è originale?

Domanda difficile! Originalità è filtrare le nostre idee musicali, nate dal gusto e dal background differente di ciascuno di noi, e usare queste differenze per creare qualcosa di unico.

Sulla base di un’originalità e un atteggiamento “inedito”, per così dire, nei confronti della musica, ci sono delle ispirazioni artistiche? Quali e quante band, o cantanti (o addirittura scrittori, perché no?) credete possano rappresentare un’influenza/ispirazione musicale?

Sicuramente nel nostro sound si percepisce il Grunge, un moderno alternative rock e una spolverata di progressive. Giusto per dare un’idea delle nostre mille ispirazioni diverse possiamo citare Pearl Jam, Nirvana, Agent Fresco, Biffy Clyro, RHCP e Jack White. Per quanto riguarda i testi è presente uno stile “stream of consciousness” tipico di uno scrittore molto amato dal cantante, Chuck Palahniuk (Fight Club, Diary, Rabbia…).

Andiamo più nel concreto, cercando di analizzare il vostro tipo di musica ma soprattutto i vostri prodotti: qual è il vostro genere musicale?

E’ sempre stato difficilissimo per noi etichettarci, il che ha portato a non pochi problemi quando è il momento di “presentarci” nel panorama musicale. Dopo molte riflessioni (e qualche limitazione!) se proprio dobbiamo descriverci usando qualche etichetta diremmo un Alternative Indie Post-Rock.

La vostra città di origine è Nonantola. Credete che la cultura, le atmosfere e le tradizioni emiliane possano influenzare il vostro modo di far musica o siete più orientati verso un “distacco” dalle origini?

No, per quanto si possa amare la propria terra la nostra musica è più esterofila, dove crediamo possa anche attecchire un po’ meglio.

Nel 2016 avete pubblicato il vostro EP, Temporary Surface. Qual è la storia di quest’EP? Siete legati particolarmente a una delle cinque tracce?

Temporary Surface è stato registrato a fine luglio 2016 nei Real Sound Studios di Milano, con alla regia il buon Ettore Gilardoni (che salutiamo caldamente) in una vera e propria full immersion creativa. Quando lo abbiamo “confezionato” abbiamo fatto in modo di creare un prodotto che sfruttasse bene il formato: è un EP da gustare intero, la durata lo permette benissimo e crediamo che ad ogni ascolto possa emergere meglio il filo conduttore che lega tutti i brani. E’ un viaggio che va dalla superficie delle fotografie di Life in Four Inches fino allo spazio cosmico di Fifth Dimensional Chamber.

Ciò che subito balza all’occhio, dopo qualche secondo di ascolto, è l’utilizzo dell’inglese. La vostra “superficie temporanea” è, dunque, studiata in questo modo per un fattore meramente artistico, o anche in questo caso l’inglese rappresenta un’innovazione originale?

Innanzitutto le nostre principali ispirazioni artistiche, a prescindere dalla nazionalità, usano l’inglese e questo ci ha influenzato notevolmente. Forse anche per questo Giack quando scrive testi si sente più a suo agio nell’utilizzo dell’inglese per far arrivare a chi ci ascolta determinati concetti.

Una domanda un po’ cattiva, ma perché no?, anche stuzzicante: dopo l’ascolto del vostro EP, oltre le numerose sensazioni positive, le prime figure – per associazione – che mi son venute in mente sono i Pearl Jam. Un paragone del genere, per quanto ampio possa essere, cosa suscita in voi?

Ci fai arrossire! Siamo tutti grandi fan dei Pearl Jam e questo non può che farci piacere. Sicuramente come accennavamo prima i Pearl Jam sono una nostra grande ispirazione e non potevano non emergere nella nostra musica. Speriamo di seguire le loro orme!

Giungiamo, dunque, all’ultimo interrogativo di quest’intervista. Nei mesi precedenti, in più date vi siete esibiti in occasione di eventi. Qual è stato l’impatto col pubblico? Siete soddisfatti delle vostre prestazioni? Quali sono i vostri progetti per il futuro?

La resa col pubblico ovviamente a questi livelli in cui si suona nei più svariati contesti, varia molto da serata a serata. Non si può piacere a tutti, ma sicuramente l’impatto è stato molto positivo. Proprio a luglio l’apprezzamento del pubblico ci ha portato alla vittoria di un contest indipendente che ci ha portato a suonare con gli Zeus e gli Sdeng (con Colin Edwin, bassista dei Porcupine Tree). Tuttavia, rimaniamo sempre molto critici riguardo alle nostre performance, e dopo ogni concerto ci troviamo per parlare di cosa secondo noi non è andato bene, senza mezzi termini. Piacevole o meno, questa nostra abitudine ci permette di fare tesoro dei nostri errori, crescere e cercare di migliorare ogni volta. Il progetto futuro è uno solo: suonare sempre di più e far conoscere la nostra musica, anche grazie a qualche etichetta coraggiosa.


Per visionare i lavori della band e avere tutte le informazioni sul loro lavoro, potete visitare la Pagina Facebook dei Peter Piper e il loro sito web.
L’EP “Temporary Surface” è disponibile su Bandcamp e Spotify.

di Bruno Santini

 

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