La grammatica delle ombre. Gaia Maggio: uno scatto e un’intervista

La fotografia, con la modernità, si è ricavata uno spazio fondamentale nel panorama delle arti figurative. Per questo, noi di Nefele sentiamo di doverle dare un luogo e accettare il suo contributo al mondo delle immagini.

N.B. Per comodità abbiamo scelto di utilizzare A.R. e R.T., al posto di riportare, a ogni domanda e risposta, i nostri nomi per esteso.

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A. R. Per iniziare mi sembra doveroso chiederti da dove nasce la tua sensibilità per la fotografia.

G.M. Sin da piccina, ho sempre pianto quando, ai compleanni, arrivava il fatidico ”momento della torta”, corredato di foto e video. Io ero la protagonista. Io dovevo essere fotografata. Ho sempre pianto. Poi ho capito. Decisi, un giorno, di non essere io il soggetto della foto, ma di scattarla. E da lì, tutto ha preso fuoco. Era la mia prima Kodak. Il pianto si trasformò in sorriso. Quel sorriso che m’accompagna tutt’ora. Capivo sempre più: osservare i dettagli e catturarli in quel che io chiamavo momento perfetto. Poi è arrivata la storia dell’arte che mi ha fatto indietreggiare per saltare meglio.

A. R. Quale artista hai preso come modello?

G. M. Potrei citarne migliaia: da Henri-Cartier Bresson, Salgado, Helmut Newton, a Oliviero Toscani. Ho sempre tra le mani le loro fotografie. Ma, lo ammetto (e puo’ sembrare davvero strano!): non sono i miei modelli. Il mio modello è il mio principio: la pittura. Le opere di Caravaggio e di Vermeer sono state fondamentali per la mia scrittura. Non a caso fotografia significa ”scrivere con la luce”. E allora, quale migliore grammatica mi avrebbe portata a comprendere le ombre?

A. R. Come prendono vita gli scenari delle tua foto?

G.M. Hanno una vita propria. Raramente sono costruiti. Bisogna saper riconoscere lo scenario e capire dov’è che si può intervenire. Quando mi chiedono di fotografare un evento, per esempio, io vado sempre qualche ora prima. Ho bisogno di capire com’è la luce (ma non solo per un fatto tecnico… è questione di feeling), percepire gli odori… insomma, di entrare in contatto con ogni cosa.

A. R. Le tue foto hanno una connessione tra loro o sono opere individuali?

G.M. Io credo che ogni fotografo abbia una sorta di filo conduttore che leghi i suoi racconti. No, non sto parlando di luoghi uguali, stessi volti, stesse luci, nemmeno di tempi. Vi spiego: mi è capitato di mostrare alcuni scatti nuovi a persone che già conoscevano il mio stile, e la soddisfazione più grande è stata che loro, pur non sapendo che le foto fossero mie, hanno detto: Queste sono tue, ne siamo certi. Ecco la connessione. Il legame. La forza della continuità interiore che si trasforma in immagine.

 

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TITOLO: THE FEMALE

DESCRIZIONE: ‘Noi conosciamo il volto femminile di Dio, noi donne che comprendiamo e amiamo la Grande Madre. Abbiamo pagato la nostra sapienza con le persecuzioni e i roghi, ma siamo sopravvissute. E adesso comprendiamo i suoi misteri. Mentre gli uomini si allontanavano per cacciare, noi rimanevamo nelle caverne, nel ventre della Madre, occupandoci dei figli, è lì che la Grande Madre ci ha insegnato tutto. L’uomo viveva in movimento, mentre noi restavamo nel ventre della Madre. Questo ci ha fatto capire che i semi si trasformano in piante; abbiamo rivelato quest’arcano ai nostri uomini. Abbiamo cotto il primo pane per nutrirli. Abbiamo modellato il primo vaso perché bevessero. Poi siamo riuscite a comprendere il ciclo della creazione, perché il nostro corpo seguiva il ritmo della luna.

Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto

di Antonietta Di Rosa
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