Alberto Carbone – Lettera ad Elena

Quest’oggi ospitiamo sulle pagine di Nefèle Alberto Carbone, ragazzo aversano e nostro conterraneo – oltre che scrittore; al quale abbiamo rivolto alcune domande riguardo al racconto “Lettera ad Elena”, qui pubblicato, e che potrete inoltre trovare sulla sua pagina facebook “Alberto Carbone”, inserita in descrizione alla fine di quest’articolo. Vi auguriamo pertanto una buona lettura, con la speranza che il contenuto sia di vostro gradimento.

 


Nel tuo racconto ci sono tre personaggi, denotati tutti e tre da un nome. Quale importanza attribuisci ai nomi all’interno della vicenda, e quale importanza attribuisci ai nomi in generale? Cosa ne pensi del tuo?

Il nome è l’abito della profezia che incede a fianco, la certezza che ognuno ha un luogo dentro di sé da raggiungere. Ogni uomo è l’identità della sua profezia. Allora ecco che Chi è come Dio (Mikā’ēl) è la nobiltà (Adalberaht) d’una fiaccola (Helĕna), che non smette d’essere luce. Da piccolo forse ho odiato il mio nome, o forse non lo comprendevo, perché non conoscevo né incontravo un altro bambino che ne portasse uno uguale al mio: tutti gli altri nomi si limitavano a essere simili solo nella parte più alta della radice (penso a Roberto, Umberto). Da grande ho poi compreso l’unicità che ne porto, che non si ferma alla parola: e questo sta in tutti i nomi. Ecco perché l’uomo non è un nome: è la profezia che porta, l’abito della festa.

All’interno della narrazione anche le date assumono importanza, come date di nascita, come avvenimenti che hanno segnato una vita. Perché sottolineare quest’aspetto in particolare?

Le date fermano l’ineluttabile torrente del tempo, la secca dei secondi, sono àncore che tengono il fondale della memoria, sono gli ormeggi dell’anima: danno la certezza che qualcosa è racchiuso tra le pareti del casone del tempo, e lì una vicenda, una storia, abita per sempre. Ma forse c’è solo un evento supremo che valga la memoria: l’uomo. Perché l’uomo è un kairos (in greco, evento, motivo, momento supremo) nell’eternità del chronos (in greco, tempo cronologico). E ogni uomo è historìa, sta in maniera esclusiva in quello che è stato e che sarà. Nulla è più certo del tempo, anche se fossimo il sogno di qualcuno.

“Sono io, nipote di tuo figlio. Non t’ho mai conosciuta, ti vedo per la prima volta nella cornice di bronzo fissata su questa lapide.” si legge in alcune righe. In questo racconto, un elemento assai rilevante sembra essere il ricordo. Ma alla fine il ricordo svanisce, come in tutte le cose. Allora per questi personaggi è più importante il ricordo o (come forse suggerito dall’estratto appena riportato) l’esperienza personale, nell’approccio con la vita?

L’uomo ha bisogno d’una storia per vivere, e i ricordi sono pagine cui faccio ritorno tutte le volte in cui non comprendo il capoverso del tempo che sto vivendo. Il ricordo non svanisce fin quando si ha cura di quello che si è stati. Ecco che i tre protagonisti finiscono con l’aver cura perfino del dolore, come fosse un figlio. L’esperienza non è altro che la somma delle persone che si è stati nel luogo della vita.

Un altro aspetto importante è il desiderio. Tutti e tre i protagonisti di questo racconto vivono una mancanza. Cosa rappresenta questa mancanza all’interno delle loro vite?

La mancanza è un ospite di cui si ha bisogno, una presenza che ricorda a ciascuno d’essere umano, un’appartenenza a una storia che non smette di snodarsi, anche quando un nome caro è finito tra i titoli di coda. La mancanza è il capostipite d’ogni sentimento. Per esempio, l’uomo non teme il dolore, ma la mancanza che esso genera. Ecco cosa ho scoperto raccontandomi questa storia: “Ho scoperto che nell’atto vivo della scrittura un’assenza obbligata può divenire di nuovo presenza, che la scrittura riapre le ferite per benedirle. Ecco, io costringo i tuoi sorrisi e le tue ossa a stare tra queste spaziature. Ti sento vicina a me nell’unica cosa che so fare: scrivere. Ma in questo spazio non c’è un tempo di vita, una data di scadenza: mi basta ricominciare il capoverso per riaverti qui, per tornare un bambino tra le tue braccia, a caccia del suo sogno”. Quindi la mancanza è una benedizione: induce a essere un miracolo, e il miracolo dei paraggi.

All’interno del tuo racconto viene descritta una società che si basa esclusivamente su rapporti interpersonali, cioè su insegnamenti tramandati da madre in figlio e da figlio in figlio, oppure su disgrazie che sdradicano il senso di intere vite. In una società come la nostra, dove le immagini e le lettere hanno rubato tempo prezioso a questo tipo di contatto umano, dove la vita viene principalmente trasmessa e non vissuta, dove riesci a trovare – nel mondo reale – i tipi di rapporto che vengono descritti nel tuo racconto?

La trasmissione dei rapporti umani è rigorosa come la selezione naturale, s’evolve ma esige presupposti: una madre non s’accontenta del messaggio d’un figlio, né un uomo cerca il mistero d’una donna attraverso uno schermo. Il contatto è un tocco che ha bisogno d’un incontro: sì, oggi viaggia sulla rete, il veicolo più veloce, e di là chiede d’esser visto, ma la meta resta sempre la pelle dell’altro.

Sesta e ultima domanda. Quanto credi che il ricordo e il contatto umano – di cui abbiamo già trattato nelle precedenti domande – siano importanti oggi su scala mondiale, alla luce dei recenti avvenimenti di cronaca; che parlano di terrorismo, attacchi nucleari, di precarietà sociali e povertà diffusa, di nazioni dimenticate che soffrono la guerra e la fame?

C’è un ricordo più importante d’ogni altra memoria, che trova la sua manifestazione solo nel contatto col prossimo: il ricordo d’appartenere a un’umanità, l’unica razza in grado di vivere l’amore con la ragione. Ecco che il terrorista sragionato, il politico-porcello, l’Enola Gay di turno sono esseri che tralasciano e trascurano la ragione e l’amore per servire un’unica falsa entità: il dio di se stesso. Il peggior ateismo d’ogni tempo è spianato contro l’umanità: un uomo non lascia a mezzo un altro uomo.

 

LETTERA AD ELENA

 

Sono io, tuo figlio. Questa lapide è fredda, separa le mie mani dal legno di ciliegio in cui giaci, inerte. Le lettere nere che rievocano il tuo nome sono incise sul mio cuore, non smetto d’avere memoria di te.
Riesci a sentirmi? Ho poggiato l’orecchio accanto alla tua fotografia biascicando parole sconclusionate ma tu non m’hai risposto. Ho paura di dimenticare la tua voce, mamma, ogni giorno la ripeto come una preghiera. Stare di fronte al tempo che non sei più non m’aiuta mai a capire cosa vorrei dirti, le mie lacrime son cresciute, forse un giorno diventeranno parole: ma qualcosa mi spinge a venire qui, fosse solo per sentirti più vicina.
Sono troppo pochi gli sguardi che ho sostato nei tuoi occhi, le parole che t’ho rivolto, le ore che ho trattenuto vicino a te quando fuori pioveva e lontano da te quando il sole rubava lo sfavillio delle foglie in giardino. Ora a Mikā’ēl basterebbe un tuo sorriso… dimmi che va tutto bene…
Ma so che ci sei, sale del mio amore, dell’uomo che sono diventato.
Sai, ora ho le mani di papà. È lì con te? Digli che ho ancora tra le mie dita la stretta dell’ultimo giorno. In quel momento non capivo quel gesto, pareva che stesse attirando su di sé una iettatura bella e buona: ma lui si congedò da tutti, strinse le mani e gli occhi che s’erano adunati in quella stanza per lui, non mancò di rispetto a nessuno; non si vergognò di quel corpo fiaccato dalla malattia: più tardi ho imparato che è la debolezza e la fragilità delle cose nobili. Gli chiesi: «Ma perché dai la mano anche a me, papà?», ma ora comprendo che non era solo un saluto: mi stava donando la forza di cui avrei avuto bisogno nell’assenza d’amore.
Mi mancate. Ridatemi almeno il tempo di dirvi che vi voglio bene.
Sono io, figlio di tuo figlio. Te ne sei andata prima di raccontarmi cos’era la guerra, le lenzuola imperlate di sudore dalle urla delle sirene che squarciavano la notte e straziavano i sogni, lo sguardo vuoto e terrificante dei nazisti avvolti nelle giubbe di pianto, le preghiere seminate per quel fratello di cui speravi il ritorno ma che invece si stava attardando in fila al Paradiso perché san Pietro doveva riferirgli che il suo posto era ancora accanto a te.
Volevo che mi raccontassi le ferite disseccate al sole senza sterili rammendi, la fatica d’un lontano campo di grano da coltivare e sorvegliare fino all’alba e la sconfortante scarsezza della mietitura, la paura del pane che mancava alla mensa assieme ai tuoi otto fratelli. Volevo che m’insegnassi a pregare, sebbene io percepisca la compagnia del tuo spirito tra i grani della corona, ma il tempo è stato bugiardo e imperioso, e forse anch’io ero ancora troppo immaturo: mi bastavano i biscotti al cioccolato e le succose caramelle all’arancia che nascondevi nel posacenere di cristallo quando mia madre s’affrettava a precisare che era l’ora di cenare. Non avevo altezza per arrivare allo scaffale su cui lo riponevi, ma sapevo che il tuo amore per me era lassù. Sarei riuscito ad afferrarlo quando sarei divenuto più grande; ma fu troppo tardi. Ora il tuo amore ha preso l’altezza del cielo: nemmeno questa volta riesco ad afferrarlo ma, come da bambino, so che sta lassù, forse perché io non dimentichi che l’amore appartiene agli umili.
Quel giorno te ne sei andata in silenzio, hai vissuto la morte alla maniera della tua vita: nel nascondimento delle perle di Dio. Sentivi le urla d’una figlia che ti chiamava, ma tu non potevi più rispondere.
Avevi ancora molte cose da insegnarmi, lo so; e nelle mie lacrime annaspano tutte le domande che avrei voluto porti.
Ricordo i tuoi occhi azzurri, non smettevano mai d’essere vigili sulle cose preziose, la tua famiglia: badavi al lento sbrogliarsi degli eventi, proferivi parola solo quand’era necessario; attendevi il tempo propizio: troppo presto avresti scontrato un muro, troppo tardi ne avresti sofferto le macerie. Conoscevi l’asprezza d’essere esule dal sangue della propria terra, prodigavi aiuti e sorrisi a chiunque te ne chiedesse, lontano o nei paraggi: per te l’accoglienza valeva di più di qualche gioiello trafugato dalla tua camera da letto. Eri certa che non avevi cuore a sufficienza per poter stabilire chi fosse degno d’essere accolto e chi no. A dispetto di chi criticava il tuo operato, tu mostravi vive le parole del Risorto: “Da’ a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. […] Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? […] E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. […] Fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo […]” (Lc 6, 30-35).
La parola stava nel tuo cuore come una pianta rigogliosa, portavi frutto malgrado la zizzania. Ma noi non l’avevamo capito.
Di tanto in tanto caccio dall’oblio della memoria il timbro della tua voce, come una poesia che non voglio dimenticare.
Oggi ho bisogno di ricordare qualcosa che è dentro di me, o forse d’immaginare come sarebbe se tu fossi ancora qui, i ricordi e gli istanti di cui farei incetta ma che non saranno mai. Ho scoperto che nell’atto vivo della scrittura un’assenza obbligata può divenire di nuovo presenza, che la scrittura riapre le ferite per benedirle. Ecco, io costringo i tuoi sorrisi e le tue ossa a stare tra queste spaziature. Ti sento vicina a me nell’unica cosa che so fare: scrivere. Ma in questo spazio non c’è un tempo di vita, una data di scadenza: mi basta ricominciare il capoverso per riaverti qui, per tornare un bambino tra le tue braccia, a caccia del suo sogno.
Nella tua nobile povertà rivedo l’uomo che sarò, la profezia è nel mio nome: il nonno portava lettere in giro per la città in sella ad una bicicletta gialla, io scrivo messaggi e promesse che so per certo di non essere per me (per quello, ci sono i libri degli altri) ma per qualcuno di cui forse non vedrò mai nemmeno gli occhi. Vedi, nonna, perfino il mio nome mi lega a te: Adalberaht è radice di nobiltà nelle lingue dei germani.
Forse sono stato un vigliacco perché non ho sostato al tuo capezzale: ma ho preferito il tuo sorriso al riposo senza respiro di vita, quell’immagine avrebbe straziato tutti i ricordi che ho di te.
Ora riposi vicino all’amore che ti fu strappato in una sera di settembre, il tuo capo sta dalla parte del suo. Le lacrime che ora rigano il mio volto sono gocce di gioia per esserti appartenuto.
Sono io, nipote di tuo figlio. Non t’ho mai conosciuta, ti vedo per la prima volta nella cornice di bronzo fissata su questa lapide. È il 18 agosto. I miei occhi e il mio sorriso provengono dal passato, mio nonno Michele ne è certo; nemmeno l’iride dei miei genitori è azzurra. Allora il mio colore appartiene al tuo. E, con mia grande sorpresa, nella piega del tuo sorriso rivedo gli angoli della mia bocca.
Ho appreso da mio padre, tuo nipote, l’arte della scrittura: ho trascorso giornate intere seduta sulle sue gambe mentre, sotto la luce soffusa della lampada, tirava fuori dal non-scritto della vita parole nude come il primo giorno in cui ciascun uomo capisce cos’è la nudità. Le sue storie sono nude come corpi vergini.
In un pomeriggio d’inverno, mio padre m’ha rivelato che il mio nome deriva dal greco ἑλάνη (Helĕna), fiaccola. Ma solo ora che ti guardo comprendo cos’è questa fiamma che ogni giorno sento ardere in me: e il nome scritto sulla lapide è uguale al mio.
Anche se ho solo sedici anni – sono nata il 23 aprile, come te – so per certo che voglio diventare una scrittrice, come mio padre: la tua eredità è con me, il suo peso è il ponte sul quale incontrerò la vita.
Avrei voluto conoscerti, sai? Ma ti prometto che sarò luce come sei stata tu per molti, sta scritto nel mio nome.
Sono io, Elena.

– – –

Alberto Carbone (Aversa, 25 gennaio 1993) è uno scrittore e poeta italiano. Attualmente vive e scrive ad Aversa. Gestisce la sua pagina “Alberto Carbone”, una community in larga espansione. Qui potete trovare il link del racconto su facebook: https://www.facebook.com/albertocarboneofficial/posts/289728471518386
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...