Di ogni appartenenza. Alessia D’Errigo: cinque poesie e cinque domande all’autrice

Leggere una poetessa come Alessia D’Errigo mi fa sperare che la meraviglia sia ancora tra noi, rivelata e rivelabile a chi la cerca, a chi la tenta.
Selezionare queste poesie non è stato semplice, interrogarmi e interrogarle ancor meno. D’altronde, tutto parte dal bianco e, in fondo, tutto ci riconduce lì. Proprio come dice la nostra autrice.

N.B. Per comodità abbiamo scelto di utilizzare M.T. e A.D., al posto di riportare, a ogni domanda e risposta, i nostri nomi per esteso.

M.T. Per iniziare l’appartenenza, nel suo infinito, l’appartenere: la radice. Ti chiedo, Alessia, in quale misura l’appartenenza è la radice e quanto questa misura coincida con quella, disciplinata eppure indipendente, del tuo verso.
Nell’ogni dei versi “sulle rocce/ di ogni appartenenza”, riveli che questa appartenenza è colma, è ovunque, è antica. Per fissarla, con la parola esatta e ancorata del poeta, quanto la parola si è dovuta radicare? quanto ha, invece, dovuto straziare le radici e farsi nuova?

A. D. Forse l’appartenenza è volo; coincide con le ali. Appartengo quando posso immaginare e, successivamente, rendere questa immaginazione reale. Solo dopo spuntano le radici. Ma credo, in realtà, che si appartiene già prima – nell’azione stessa del salto – e poco importa se si trasformerà in un volo oppure in uno schianto. Così mi vivo la parola, come un salto. Nei casi più fortunati, potrei definirla un salto quantico, qualcosa che mi conduce in un Altrove sconosciuto, in cui io mi sento semplicemente un tramite. No, non mi sento affatto straziata, quando accade ‘qualcosa’ attraverso la scrittura non posso far altro che sentirmi circondata dalla Bellezza, nella sua forma più terribile e magnificente. Cos’altro ha senso cercare se non la Bellezza

M.T. Dopo la radice, il fiore. Nel fiore regna il colore, che è la luce misurata, e tu dici che

gialla ti mangio
rossa ti brucio
rosa sparisco

Questo giallo che nella sua l è tutto labiale, questo rosso che brulica e puo’ bruciare anche attraverso un gioco di semantica dei colori (rosso, ovvero fiamma, e quindi bruciare). Ma questo rosa? La tua poesia è consapevolmente donna, e forse proprio in questo rosa sparisco, grazioso e terribile, si rivela nella sua nudità di corpo, prima che di pensiero?

A.D. La nudità di corpo e di pensiero è senz’altro un traguardo importante, che tu sia donna o uomo poco conta. Ma credo che si possa raggiungere molto molto di più. Penso che per essere ‘abitati’ dalla parola, per diventare un corpo cavo a servizio di Essa, la nudità non basti. Bisogna perdere completamente il proprio Io. Che poi il mio Io (quando è fortunato) sia abitato maggiormente da archetipi femminili, beh, in quanto donna, lo reputo abbastanza normale, anche se in ognuno di noi vivono entrambe le parti: maschile e femminile.

M.T. Parlando di corpi, “L’alba ha un corpo bruno, non posso rientrarmi dentro”. L’asindeto, qui, è il pianto: una e di troppo ci avrebbe portati in un altro tempo, quello della consapevolezza, che non puo’ essere quello del lamento. Ma ti chiedo: la tua poesia è solo grido, lamento, veglia? oppure, come si evince dal suo tono meditato e dai suoi significanti (l, b, g, p, a, e si ritrovano così spesso che molte delle tue poesie sembrano scritte a quattro mani con il miglior Bonnefoy) in essa si cela una grande possibilità di rigenerazione?

A.D. Tutto ciò che faccio, non solo in scrittura, ma anche come ricercatrice e insegnante Teatrale verte sulla ri-generazione. La mia ricerca è sull’ascolto del momento unico e irripetibile. Da anni lavoro insieme al mio compagno Antonio Bilo Canella su una forma di Teatro unica al mondo (di cui lui è il creatore): La Performazione, cioè che si sta appunto Performare in quel momento, assieme al pubblico. Un lavoro d’improvvisazione totale molto complesso che ha come obiettivo quello di una Gestalt comune. Forse non è più neanche Teatro. Ma non voglio dilungarmi, era solo per dire che le mie radici sono queste e, sicuramente (poiché lavoro da svariati anni anche sull’improvvisazione poetica), la mia scrittura ne è senz’altro influenzata. Potrei improvvisare poesia sempre, comunque e dovunque. Se poi quello che scrivo è solo grido, lamento o veglia, non lo saprei dire, ma sicuramente non è meditato e con Bonnefoy non ci sono mai andata neanche a cena.

M.T. A proposito di Bonnefoy, una tua poesia inizia con un verso che ha l’urgenza della parola profetica: “Ecco le ore che vengono sfitte”. Il maestro francese ha intitolato la sua ultima raccolta “L’heure présente” (L’ora presente), e allora bisogna domandarti, con un po’ di cinismo, quando verrà la tua ora, e quando sarà quella dell’uomo. Ovvero l’ora del compimento, che altro non significa se non poiein.

A.D. Spero non arrivi mai.

M.T. A noi l’ultima domanda, quella che ho preso l’impegno di porre a tutti i poeti che passeranno di qui: cosa c’è di lirico al di fuori del de-lirico?

A.D. Il bianco.

Ecco le ore che vengono sfitte,
piene di rovi, ove a cantare è l’usignolo della pietà
quello che sui rami trafigge il silenzio e il volo
in un unico chiodo, fisima del suo canto: l’amore.
Piume d’oro ha intrecciato, catenelle della coscienza
in un battito delicato d’ali, lieve, così lieve da svanire
col primo vento, nella coltre del meriggio assolato.

L’albero è spoglio ora, pallido e nudo, quasi a tendere le braccia e le mani
nella traiettoria aerea dettata dal piccolo cuore, si propende sradicando le
radici e sospeso, attende.

————————————-

Quando tu mi prendi, inginocchiato
sul mio corpo fremente
sento la corsa dei caprioli
che saltano il fosso delle sembianze
sento la bruma della mattina fresca sul volto
e il torrente giunto alla foce, finalmente, felice
nella spranga forte dei cipressi, io m’inchino
invischiata con le ossa, sulle rocce
di ogni appartenenza.


Vedi, non reggo che una torre
un patrimonio incestuoso di fiori.
Sono il giglio delle gambe
verde di stelo e bianco di mano,
un fiore soprano che canta
lo scherno d’amore, il rifugio d’un ventre
non più solo, non più solo tuo
vagabonda, vagabonda del mondo
calza e scalza di luna
gialla ti mangio
rossa ti brucio
rosa sparisco.
Ora regalami quel mazzetto
che hai nascosto dietro la schiena
inchinati come per appassire
sulle mie cosce aperte.


L’alba ha un corpo bruno,
non posso rientrarmi dentro
l’uccello spoglio
ha lasciato le ali in cielo
il corpo in terra
la piuma consacrata allo sterno
è al bivio
e non sa di esserlo
quel pelleossa ha ricevuto l’ostia
ora passerà rasoterra
per carpirle gli occhi
prenderà i suoi capelli scuri
e li regalerà all’alba.
L’alba ha un corpo bruno,
non posso rientrarmi dentro.


Vengo a te nella collina
nel collo frammisto
di queste stesse ossa
sbocciando nella morbida azione
dei fiori
dei boccioli più teneri
mia anima bianca
tu conosci la favola sepolcrale
del condono
di questo corpo edile
che attutisce la facciata
come se non potesse scappare
prima del crollo
dal suo specchio.
Tu conosci
il testamento inumidito
della sua preghiera.
Sappi che
per tale assenso di parole
ho tagliato la coda
sappi che
per non tornare alle circostanze
ho preferito l’uomo a dio.

Alessia D’Errigo, ricercatrice in campo teatrale e cinematografico,
scrittrice, interprete e regista di varie opere teatrali.
Dopo un percorso classico come attrice inizia una ricerca personale sull’atto
scenico e sulla reale necessità del suo manifestarsi.
Nel 2004 apre, insieme al suo compagno, l’artista e regista Antonio Bilo
Canella, il “CineTeatro di Roma”, centro di ricerca
formazione e produzione in campo teatrale e cinematografico.
Proprio al CineTeatro inizia un lungo percorso sull’improvvisazione totale: la
Performazione (www.performazione.com) e porta avanti una ricerca personale
sull’Improvvisazione Poetica.
Da questa ricerca sull’improvvisazione poetica – nel 2011 – Alessia D’Errigo
apre il progetto IMPROMPTU THEATRE, l’intento è quello di voler fondere varie arti (musica, poesia, danza, pittura e
teatro) in uno scenario d’improvvisazione totale.
Progetto sancito dall’omonimo spettacolo “Impromptu” con il pittoreperformer
Orodè Deoro, e da altre due performance “Variazioni Belliche
(LamentAzione)” e “Per i tuoi occhi bianchissimi”.
VIDEO 
Nel Dicembre 2013 una ventina di testi della raccolta ‘Pasto Vergine’ vengono
pubblicati nella rivista POESIA di Crocetti Editore (n°288) nella sezione
‘Cantiere Poesia’ dedicata agli inediti e diretta da Maria Grazia Calandrone.
Nel 2011 pubblica la sua prima silloge poetica ‘Carne d’aquiloni’ con
l’editrice Zona nella collana ‘Contemporanea’. Nel 2015 esce il suo secondo libro, ‘Pasto vergine’ libro inedito che l’autrice ha deciso di distribuire gratuitamente.
I suoi testi sono presenti in numerosi blog, riviste (web e cartacee) e in
alcune antologie.
Ha curato la rubrica di poesia al femminile ‘Rediviva Donna (classica e
contemporanea)’ sulla webfanzine Versante Ripido.


di Mattia Tarantino

 

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