Il taglio verticale. Giovanni Perri: cinque poesie e cinque domande all’autore

Giovanni Perri è una delle voci più nuove e complesse in cui mi sia imbattuto. Poeta della cosa quotidiana, del pane e della polvere, le sue liriche sono allo stesso tempo luogo di corruzione e sorprendente crepa di luce. Probabilmente, la contraddizione esiste ma si risolve interrogandola: la risposta sarà nel taglio verticale.

N.B. Per comodità abbiamo scelto di utilizzare M.T. e G.P., al posto di riportare, a ogni domanda e risposta, i nostri nomi per esteso.


 

M.T. Per iniziare, la forma. Scrivi: Prendere forma ovvero contenere: l’acqua di luna e tutto il suo cifrario. Qui, oltre il riferimento a Valeri (…par che ne scenda/un’acqua di luna e uguale si stenda/su le pure braccia raccolte in croce), notiamo che ti sei fermato un attimo prima, un attimo prima della ragione, della forma, e quindi della vita rivelata. Allora, ti chiedo: la poesia è necessariamente forma? e la vita? e quanto queste due cose coincidono?

 

G.P. Gli elementi si toccano. L’attrito (o se vuoi l’incastro, la fusione) determina continue creazioni. Così le braccia in croce, nella loro muta forma, sono esse stesse ali di colomba (per restare al testo di Valeri) in un gioco di trasfigurazioni continue (financo mistiche) e la realtà pare allo stallo, quasi isolata, galleggiante, compresa nella sua indeterminatezza, avvolta nel sublime, che è il suo solo, unico, ambito. D’altronde, l’atto poetico è in sé una ri-creazione, una ri-generazione.  Non spiega alcunché. Cerca, soltanto, la linea di confine, la soglia in cui fondarsi. L’abusato motto pessoano indica l’arte, la letteratura, come la prova evidente che la vita da sola non basti. Ebbene: le forme della vita ci sovrastano, ci superano continuamente, tutto è poesia e nello stesso tempo tutto sfugge alla poesia: occorre una voce che ne stacchi il cuore, ne racconti il mistero. Il prodigio è qui.

 

M.T. ostaggi del bene sogniamo il taglio verticale,
il pianto che ci salvi dal coro delle polveri

 Questi sono dei versi importantissimi, quasi un manifesto. Qual è il taglio verticale, quale la sua misura, e perché va agognato? Soprattutto in un mondo che è di per sé verticale, di per sé distanza e vertigine. È più necessario tagliare questa verticalità o ricercarla?

G.P. Il riferimento è a Fontana. La condizione umana è determinata dall’attesa e in questa dimensione ci perdiamo. Nei modi più banali o nelle più alte forme della speculazione filosofica. La morte, il mistero, ci costringono e noi continuamente sviamo nell’attesa che qualcosa ci realizzi. Per questo scriviamo, lavoriamo la pietra, combiniamo suoni. Queste preghiere laiche (da accampati) sono ciò che speriamo di vedere (o sentire) al di là del taglio. Sono anch’esse, dopotutto, forme di pianto. O no?

 

M.T. La tua punteggiatura è spesso giocata. La virgola, il punto e gli altri segni si piegano al ritmo, e il ritmo pare non essere scandito dai significanti, bensì essere esso stesso un significante. Questa è un’innovazione poetica degna di nota, che porti alla poesia contemporanea già scandagliata e rovesciata da ogni tipo di esperimento. Eppure tu sei un poeta della l e della b, e anche la morte tra i tuoi versi appare cosa dolcissima. Tutto pare venire da un piccolo Talete: l’acqua torna più e più volte nella tua lirica. Allora quest’acqua, da cui pare la vita e la morte, l’amore e il dolore escano in egual misura, cos’è? quanto un principio, quanto un’origine?

 G.P. Credo, al di là di ogni avanguardismo stilistico, che la poesia debba tutta intera la sua natura al ”richiamo”, al “rimando” in ultimo (ma non in ultimo) all’ ”accordo”. Giocare la punteggiatura può forse voler dire assecondare un bisogno di movimento tutto interno alla corda; determinare un respiro altro che sia tuo e solo tuo; un esercizio di libertà in nuce, uno scorrimento del pensiero poetico fatto liquido, da raccogliere o versare sotto una specie di battito. Torna il verso che hai inserito nella prima domanda: “prendere forma ovvero contenere…” ecco: questo il concetto di poesia, diciamo così, germinante, che mette in condizione il poeta di sentire il mondo come qualcosa di malleabile, da contenere, (per farsi contenere), da una vicenda a caso dell’animo, da un turbine, da un mancamento, venuto per essere scritto.

 

M.T. Per te scrivere è un atto voluto, ricercato. Per molti la scrittura è, invece, una via obbligata. Il tuo verso è lungo, meditato, è già più la meditazione sulla cosa che la cosa in sé. Questa maturità poetica a cosa è dovuta? Ovvero: il tuo cantare lo scorrere delle cose, coincide con il tentativo di trasformarle oppure è una semplice contemplazione?

G.P. Quali che siano le spinte alla scrittura, sempre vi è all’origine un bisogno insopprimibile a cui il poeta tende o cede, in fine. Bisogno, (mai pago), a cui il poeta, quando non è un baro, sottopone talento, conoscenza, disciplina, sentimento. La meditazione è un processo onnipresente, direi interminabile, di tutto il processo creativo, che è un processo, infine, di traduzione. Una scrittura che non rechi in sé il segno di questa meditazione, che è sofferenza, patimento, liberazione (a prescindere dal modus operandi) sarà sempre pretestuosa, insincera. L’attrito, che viene dall’essersi trovato, porterà le parole.

 

M.T. La domanda per ogni poeta che passa di qui: cosa c’è di lirico al di fuori del de-lirico?

G.P. Domanda marzulliana. Scherzo. Provo a scherzarci, anzi, ti dico, seriamente, che mi sono sempre chiesto se Marzullo (o i suoi occhiali, o le sue domande) fossero il sottofondo poetico alla necessità di ridere. In realtà Marzullo non ha nulla di poetico ma io ricordo i momenti in cui lo guardavamo insieme io e mia nonna. Vedo coperte di lana, occhiali, sento odori.  In buona sostanza, il lirico da sé solo non esiste. Deve avvenire un riconoscimento (uno scontro, un trauma, dev’esserci uno spazio, un ponte, una voragine, deve mancare la parola, letteralmente, dev’esserci un liquido magnetico) tra due elementi messi lì per affrontare il dramma, per essere inchiodati nello stesso tempo, nello stesso respiro.

 


-Metà-

 

I tuoi urti segreti, le gioie dei nascondigli, le accensioni;
e quel procedere dovunque un nome trabocchi per cadere con te,
dopo l’azzurro, appena dopo il verde a nord a sud:
accidenti alle parole amate, toccate dove il verso pure vola, e su le vette i vuoti
pratolini d’ottobre ingialliscono: sapessi
quale incendio ti porta:
essere strada con te e casa e ripostiglio
nei cerchi dopopranzo e nei lunari dove
ogni sillaba manca
la metà esatta di un cuore.


-E poi coniugazioni, attese, soglie-

 

In questo mi somigli, mi sommergi. Quando hai voce d’acqua e dall’acqua escono figure:
allora io ti vedo vetro e voliera e pianto nel seme della luce un gioco
e l’allegria ci sposta: tirati nel piccolo orologio a picco, degli occhi:
parliamo e galleggiamo come se fosse cinema, disegno d’aria, lucina di poesia.

Un polline svola e mi raccorda, abile controluce, una grammatica di gesti sapienti:
parole di ritorno, labbra esatte, modi: il tuo cucire mimetico giocattoli e paure nei miei enigmi lunari,
gli odori del tè nella parola:
sono dentro la tua raccolta di silenzi: alzaia che mi indovina al volo e poi coniugazioni, attese, soglie


-Figure-

 

e non soltanto gli occhi, quelli davanti al giorno che muore:
mi prende la parola, il gesto, ed ogni resto di luce incastrata,
l’ora che in un suo giro d’onde mi ritorna:
e riconosco i suoi sottomarini,
la gioia che inchioda l’acqua e più su, le vette avvistate lamelle
della malinconia.
Son io lo spazio prolungato, il volto venuto dalla sabbia
l’uomo che studia al tavolino le costellazioni,
la carica dei pesci sotto il materassino.


-Quasi preghiera-

 

Noi siamo gli accampati
sulle teorie dei mondi:
ostaggi del bene sogniamo il taglio verticale,
il pianto che ci salvi dal coro delle polveri:

e ti parlo del bene come viene
dai cuori delle vergini albere
spaventate ad ogni scoppio di luna; ti parlo
della la zingara nuda
crocefissa al sole.

Scoliamo bottiglie d’aria
per finire ubriachi in vergogna
di non avere amato abbastanza.


-letteratura e inganni-

 

Prendere forma ovvero contenere: l’acqua di luna e tutto il suo cifrario
d’onde magnetiche, magmatiche:
restano scaglie, ramaglie, filamenti: voci invisibili a bordo, il verbo scovare.
Voglio vedere dove comincia il più piccolo seme
in quale piega dell’aria l’autunno inchioda la sua frusta luce sulle cose
quale stupore mi gira le ombre, le nomina, le posa.
Ho amato ogni minimo inganno letterario.


 

Giovanni Perri nasce a Napoli nel 1972. Comincia a pubblicare in rete nel 2013 dove convoglierà buona parte dei suoi precedenti scritti e molti altri a seguire (racconti, interventi critici e soprattutto poesie) che entreranno, con la frequentazione in gruppi, siti, blog, in fanzine di vari collettivi, riviste, antologie. Suoi testi compaiono anche nel Book-magazine “Antisociale” volumi “I- IV”, e nell’antologia IAP (In Arti Poesia), editi da “Amande”, oltreché in vari numeri del quadrimestrale letterario “Bibbia d’Asfalto” edizioni “Kipple Officina Libraria” (già “Matisklo”), e in varie iniziative editoriali del suddetto collettivo di cui è membro storico. Partecipa a due concorsi letterari di rilievo nazionale: nel 2013 “Premio Rolando” e nel 2016 premio “le trame di Neith” vincendo in entrambe le occasioni il primo premio.

(Le notizie biobibliografiche sono tratte da edizioniterradulivi.it)

Giovanni Perri ha pubblicato nel 2017 “e mi domando la specie dei sogni”, il suo primo libro di poesie, edito da  “Terra d’ulivi”.

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