Stava la madre: la preghiera di G.B. Pergolesi

L’importante esperienza della cosiddetta “musica classica” può rappresentare, in un’epoca moderna segnata dalla sperimentazione e un tipo di cultura musicale totalmente differente, molto più che una semplice definizione di nicchia. A proposito della musica classica, grande ruolo l’hanno avuto le composizioni sacre, celebri rappresentazioni in musica di tipo liturgico e religioso. L’Italia gode di un’importante storia, sotto questo punto di vista: lo Stabat Mater, divenuto celebre grazia alla figura di Pergolesi, è solo uno dei tanti tasselli di una sviscerata e varia tradizione. Oggi, il nostro Michele Costanzo, studioso di musica classica, ci parla della sua forma e del suo contenuto. 


Genericamente parlando, lo “Stabat Mater” è una preghiera (più precisamente una Sequentia, cioè un componimento poetico musicale liturgico) scritta in latino, risalente al XIII secolo ed attribuita a Jacopone da Todi, un uomo che da semplice crapulone si converte al Cristianesimo dopo il decesso della consorte, diventando dapprima frate, poi Beato. La preghiera, la cui traduzione in italiano del titolo è “Stava la Madre”, medita sulle sofferenze della Beata Vergine Maria ai piedi della Croce di Cristo.

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Il testo è stato portato in musica da compositori che vanno dal Medioevo fino ai giorni nostri. Uno dei più celebri e significativi è quello di Giovanni Battista Pergolesi. La composizione fu commissionata al compositore jesino da una confraternita napoletana – i laici Cavalieri della Vergine dei Dolori di San Luigi al Palazzo – per essere eseguita durante la Settimana Santa: doveva sostituire lo Stabat Mater di Alessandro Scarlatti (composto vent’anni prima e commissionato dalla stessa confraternita) considerato già a quel tempo antiquato e fuori moda. Il compositore, già in precarie condizioni di salute (morirà pochi mesi dopo a soli 26 anni), si trovava nel convento dei cappuccini di Pozzuoli dove si era ritirato per via della tubercolosi che lo affliggeva. Si ritiene che la composizione, per alcuni studiosi iniziata già nel 1734 e terminata nel 1736, per tradizione sia stata completata il giorno del decesso del ventiseienne. Nel manoscritto si nota una certa velocità nello scrivere, molte parti delle viole sono mancanti o all’unisono con il Basso continuo, evidentemente per via del poco tempo a disposizione.

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Nell’ultimo brano, al termine della fuga sulla parola Amen, il compositore scrive la frase “Finis Laus Deo”, un ringraziamento al Signore per avergli concesso di terminare il proprio testamento. Pergolesi si ispira contemporaneamente anche all’altra opera di Scarlatti: entrambi i compositori suddividono la Sequentia in una serie di duetti ed arie solistiche. I numeri musicali sono infatti 12 per Pergolesi e ben 18 per Scarlatti. Il lavoro di Pergolesi è quindi più compatto, nonostante le concezioni armoniche e melodiche risultino al passo con le tendenze della musica della scuola napoletana del ‘700. In effetti, forse fu proprio questa la ragione che spinse la confraternita dei cappuccini a sostituire il lavoro di Scarlatti con una composizione “alla moda”. Le innovazioni nel campo della musica sacra, sebbene incontrino maggior difficoltà ad attecchire rispetto a quelle di altri generi, trovano invece una unitaria compostezza nello Stabat Mater di Pergolesi. Ciò non implica un completo abbandono delle forme tipiche della tradizione sacra, per esempio nei richiami di alcuni passaggi della fuga “Fac, ut ardeat cor meum”.

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Lo Stabat Mater di Pergolesi gode ancora, ai giorni nostri, di una grande notorietà. Molti musicisti si sono ispirati ad esso in alcune loro composizioni: perfino J.S. Bach ne ebbe una copia propria; nella sua cantata “Tilge, Höchster, meine Sünden” (BWV 1083) utilizzò la musica di Pergolesi con piccole modifiche alla strumentazione e la adattò al testo del Salmo 51. Joseph Eybler (amico di Mozart) sostituì alcuni duetti ed ampliò l’orchestra facendone una trascrizione propria. In definitiva, la musica di Pergolesi è umile, priva di virtuosismi esteriori e artifici superflui. L’organico strumentale è costituito da un quartetto d’archi, Soprano e Contralto solista e Basso Continuo. Tutto sorregge le due voci femminili, e già dalle prime misure ci si trova in un clima commovente e malinconico: la musica diventa arte elevatissima e sembra quasi che in quelle tristi note si distingua il volto in lacrime della Beata Vergine ai piedi della croce dell’ormai morente Cristo.


di Michele Costanzo

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