Samuele D’Alterio – Scenette Blu

In questa giornata speciale, se poi speciale la vogliamo intendere, di Natale, ho deciso di pubblicare qualche mio racconto dell’anno scorso risalente pressapoco a questo periodo, facendo finta di celebrare, così, un anno di intenti e di conseguenti risultati, aspettando l’arrivo del prossimo con gioia maggiore. E allora, in attesa di ospitare i racconti degli scrittori che passeranno da qui nell’anno venturo, vi propongo questi tre mini-racconti preceduti da una necessaria introduzione. Buona lettura!


 

Questi mini-racconti sono stati scritti per una serata di letture che io, Mattia Tarantino e Bruno Santini (co-fondatori di questa rivista ndr.) abbiamo tenuto nel gennaio 2017. La loro stesura attende tra il dicembre dell’anno precedente e i pochi giorni prima dell’evento.
Il periodo in cui ho scritto questi mini-racconti era un periodo in cui il mio occhio vedeva tutto blu. Il mio rapporto con le cose, con le persone e col mondo in genere era filtrato da questo colore malinconico e triste. Un filtro che mi permetteva di vedere solo quello che provavo all’interno del mio spazio, che rendeva triste ogni cosa mi si avvicinasse e che frapponeva una imponderabile massa d’aria tra me e il calore del mondo.
Ma non solo. In mezzo a tanto decadimento, c’era pure qualcosa che rimaneva sospesa nell’aria, in attesa eterna di essere afferrata. E tutta quella attesa ha poi assunto i caratteri di un tempo infinito ed indefinito. Un tempo che non è mai arrivato, né pretende più di arrivare.
Questo era quello che provavo. O meglio, questo è quello che dicono di me i miei racconti. Quello che facevo io, che scrivo, era tutt’altro e sicuramente molto più spontaneo.
Ma, nonostante tutto, questi racconti rimangono il riflesso di quei giorni;
ed è per questo sono lieto di presentarvi Lo Specchio Lagunoso di un Lontano Lontanissimo Inverno.


 

ALL’AMATO IO ME STESSO

Faceva freddo ed era tempo di luci, di feste e di raffreddori.
All’amato io me stesso, si scriveva il ventenne come dedica, su un fazzoletto di stoffa. All’amato io me stesso, perché si sentiva un po’ più vicino a sé di quanto lo fosse mai stato, e perché aveva voglia di scherzare nonostante e soprattutto stesse un po’ piangendo. All’amato io me stesso, perché le sue lacrime erano segno di qualcosa troppo lontano che non era riuscito a scrollarsi di dosso in tempo per ora, che non aveva motivo di piangere. All’amato io me stesso, perché aveva sulla faccia eyeliner e mascara neri e fondotinta bianco che si andavano sciogliendo. All’amato io me stesso, perché ormai sentiva di disprezzare le formule troppo lunghe e vaghe e perché aveva troppo freddo seduto su questo scalino di pietra al fianco del canale. All’amato io me stesso, perché viveva in una città antica e moderna, bellissima e abusata, ma nulla, soprattutto, perché sognata. All’amato io me stesso, perché si sentiva più vicino ai suoi amici quando era solo e perché più era piccolo più si immaginava grande. All’amato io me stesso, perché il tempo passa, ma è fulmineo e lentissimo allo stesso momento. All’amato io me stesso… Poi, quando lo spazio sul fazzoletto finì, non gli rimase altro da fare che lanciarlo sul canale e lasciare che sparisse tra i rivoli della laguna. A quel punto, uscì da quello che era uno dei suoi tanti nascondigli, e tornò tra le luci gialle e luminose di strade piene di maschere e di gente.

 

LA VIA DEI BAR

C’erano tanti bar in quella strada. Forse un giorno l’avrebbero persino chiamata orgogliosamente: “Via dei bar”, con una targhetta di marmo al suo ingresso. S’avvicinava l’orario di punta, c’erano tavolini fuori ogni locale e si respirava un’aria serena, con i baristi che studiavano il cielo scongiurando ogni tentativo di pioggia. Lui camminava assorto e con le mani in tasca, dando un occhiata fuggitiva a destra e a sinistra, guardando in basso. La città si rappresentava, era al suo climax. Si mostrava in quel momento nella sua massima vanità, preoccupata di nascondere agli occhi della gente tutto ciò che non si intonasse a dovere con la sua aria di festa. Lo sentiva nelle luci ampie che illuminavano gli angoli, nei capannelli di persone che s’ingolfavano di parole, negli sguardi dei bambini che s’agghindavano di sorrisi leggeri. Non aveva una destinazione. Se l’era immaginata, gli era piaciuta, e l’aveva rinnegata. A tratti credeva d’essersi solamente perso, di non sapere dove fosse, e s’illudeva che alla fine della “Via dei bar” ci fosse un vecchio ad aspettarlo e ad indicargli saggiamente una via d’uscita. Ma non c’erano vecchi, e a ben vedere non c’erano luci, non c’era gente e non c’erano neppure bar. La città era un sogno per lui, che tempo fa doveva aver mangiato un cornetto in un’anonima caffetteria della periferia.
Ma fu inaspettatamente che, con inatteso entusiasmo, svoltò in una via differente e si tirò dietro una nuova targhetta di marmo.

 

L’ALLEGRIA STRAVOLTA

Il mare sale e scende, sale e scende sul fianco della spiaggia. Il moto ondoso è ossessivo, si ripete in un ritmo perpetuo, e quasi ci addormenta.
Ma ecco che un personaggio appare dall’orizzonte piatto del fondo: dapprima è una macchiolina di colore, man mano che si avvicina ne vediamo le forme. è vestito di nero, scalzo, e si vede che i suoi panni sono di lino: si alzano al vento come veli, mentre cammina impassibile sul bagnasciuga. Ma purtroppo non fa altro che sollevare la sabbia con i piedi e buttarla verso il mare, anche lui sembra uniformarsi all’immobilità dello spazio.
Per la nostra storia appare non esserci più una chiave che la apra, la smuova: è un feto che stenta a nascere.
Vedremo se poi in futuro avrà qualcos’altro da dirci: magari una tempesta, un delfino, o uno stormo di gabbiani.
Per ora il suo autore deve deporre le armi, e aspettare il tempo buono: non è il caso di stare allegri in certi momenti.


di Samuele D'Alterio
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Un pensiero riguardo “Samuele D’Alterio – Scenette Blu

  1. dei tre ho preferito nettamente il primo, sin dal titolo.
    pur nella brevità è un racconto completo, una storia dai margini sfumati ma ben focalizzata su quell’istante autocontemplativo che non è narcisismo ma affetto compassionevole per sè stesso. contemporaneamente nel personaggio c’è una noncuranza per le parole che si dedica e che interrompe senza rimpianto quando termina il poco spazio sul fazzoletto.
    ml

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