Lo zar non è morto: dieci domande a Diego Banchero

Le realtà musicali italiane – siano esse piccole o grandi, affermate o ancora in via di definizione totale – hanno molto da offrire: la cultura, le influenze, l’idea che permea attraverso lo strumento, sono tutti fattori che è bene portare alla luce (in modo quasi maieutico) attraverso un’intervista. A questo proposito, abbiamo posto 10 domande a Diego Banchero, una delle più importanti, al momento, personalità musicali nel contesto del nostro paese. 


Iniziamo, come sempre, facendo il punto: nel corso della tua carriera hai cambiato molto (in quanto a formazioni, s’intende), ideando progetti sempre più rinnovati e, in molte occasioni, diversificati tra di loro; dai Zess al Segno del Comando; dai Malombra agli Egida Aurea; da Il Ballo delle Castagne a Recondita Stirpe. Qual è, qualora ci fosse, il filo conduttore che lega tutti i nomi citati?

I fili conduttori sono l’amore per l’arte e l’ossessione per la continua crescita personale; soprattutto quest’ultima, se diventa una ragione di vita, impone un continuo lavoro di ricerca e di sperimentazione che fatica a concentrarsi in un unico spazio.
Altro aspetto che mi spinge a lavorare in direzioni differenti sta nel fatto che la musica si interseca sempre con gli studi che compio in ambito letterario e, di conseguenza, essa si evolve per fare da colonna sonora (sempre nuova) a contenuti, pensieri, tematiche e consapevolezze che via via si fanno spazio nella mia testa.
Ci sono, poi, periodi in cui mi ricordo di essere anche un bassista e ho necessità di vivere in maniera integrale il rapporto con il mio strumento. L’ossessione per la crescita personale mi impone di fare cose anche in altri ambiti della mia vita, ed ha sempre necessità di trovare nuovi progetti ed esperienze in cui mettersi alla prova per verificare, nella pratica, eventuali miglioramenti raggiunti nell’interiorità.

Genova, la città dove vivi, è indubbiamente terra di grande cultura musicale, ma soprattutto di grandi colossi del cantautorato. Che connessione c’è tra le nuove realtà genovesi e quelle che, invece, hanno reso Genova celebre sotto l’aspetto musicale?

Penso che, fino ad un certo punto, ci sia stato un filo diretto tra le vecchie generazioni e quelle nuove. I maestri del passato sono stati un fondamentale riferimento accendendo nei giovani ora un senso di sfida, ora un affetto che portava a voler continuare un lavoro artistico del quale si rivendicava l’eredità.
Ultimamente, però, le cose stanno cambiando. Personalmente ho grosse difficoltà a rilevare un effettivo ricambio generazionale. Sono rarissimi coloro che si impegnano nel tentativo di raccogliere il testimone. Il territorio stesso sembra diventato in breve tempo quasi totalmente indifferente.
Io pubblico i miei dischi principalmente per la Black Widow Records, un’etichetta che ha fatto da tramite tra le vecchie e le nuove leve musicali. Si sono sviluppate molte occasioni di “serrare i ranghi” e di aiutarsi reciprocamente, confrontandosi direttamente con i propri maestri, tutti uniti per l’amore verso un certo approccio artistico tipicamente genovese al quale il mondo guarda sempre con interesse (malgrado i numeri si riducano anno dopo anno). Forse i meno interessati sono proprio i genovesi. Genova, poi, a causa del fenomeno migratorio che ne ha fortemente indebolito l’identità culturale, è sempre meno legata alle proprie tradizioni e sempre più aperta a proposte artistiche che arrivano dal mondo globalizzato. Noi per primi, agli inizi della nostra carriera artistica, abbiamo subìto la fascinazione delle proposte d’oltremanica e d’oltreoceano, ma mantenendo sempre intatta una connessione con le radici tradizionali; radici che, per ovvie ragioni, non hanno alcuna incidenza per i figli degli stranieri nati nella nostra città.

Rimaniamo sempre sulla geografia, questa volta però spostando i confini: con gli Egida Aurea sei stato a Parigi e Lipsia; il Ballo delle Castagne ha debuttato a Zagabria; com’è stato l’impatto con nuove culture, sia socialmente che musicalmente parlando?

A Zagabria, ai tempi dell’esordio live del Ballo delle Castagne, non ero ancora entrato a far parte della formazione, ma successivamente ho suonato con loro a Vienna.
Tornando alla domanda, penso che tutta l’Europa soffra, in generale, di scarsità di riscontri per quanto riguarda il supporto all’attività live delle band underground (almeno nei posti in cui ho suonato). Ad esempio, ho fatto un tour del Regno Unito con i Blooding Mask, ma anche lì la risposta di pubblico non è stata ad ogni data cosi soddisfacente. Egida Aurea ha fortunatamente sempre suonato in situazioni in cui l’affluenza e i riscontri sono stati molto buoni; tuttavia l’Italia è uno dei paesi dove questi problemi si sentono con maggiore incisività. C’è poca collaborazione e una sempre minore risposta del pubblico. Ovviamente ci sono, poi, rari spazi in cui si verificano delle eccezioni, ma sono troppo pochi rispetto a quanto servirebbe per un rilancio vero della musica indipendente. Detto ciò (anzi, mi scuso per lo sfogo), lo scambio culturale è comunque sempre un’esperienza arricchente. Quando al centro del discorso si mette l’arte e la sua interpretazione, è bello confrontarsi con persone di nazionalità diverse. Si fanno sempre incontri che lasciano un segno profondo nel cuore di chi ha la fortuna di viverli. Spesso mi è venuta addirittura la voglia di ricostruirmi una vita in paesi meno degradati dal punto di vista sociale rispetto al nostro.

Soffermiamoci adesso sulle formazioni: Recondita Stirpe è stato da te creato nel 2005, per – si legge – recuperare i canoni estetici che caratterizzano un approccio alla costruzione melodica solidamente radicato nella tradizione compositiva italiana ed europea. E’ una sola tradizione mitico-epica, o il mito funge da preziosa allegoria?

Il lavoro intrapreso con Recondita Stirpe aveva prevalentemente lo scopo di operare un recupero conservativo di alcuni canoni stilistici tradizionali: ci sono, ad esempio, alcuni approcci alla costruzione melodica che sono tipici della cultura europea (o ancor più specificatamente della cultura italiana) che stanno cadendo in disuso. Lo stesso vale per mille aspetti immaginifici e culturali che la musica, nella parte grafica e nella parte lirica, può cercare di rievocare; parallelamente a quanto tenta di fare in quella prettamente sonora.  Io ho studiato ed amato approcci musicali ed artistici differenti, originari delle parti più disparate del mondo e provenienti da culture molto differenti tra loro. Penso che ognuno di questi approcci abbia una sua particolarità; oggi si rileva una tendenza alla contaminazione (se non alla compattazione), mentre Recondita Stirpe voleva spingere la sua ricerca su pagine precise del passato. Per isolarle.
Teoricamente, questa pareva essere la sfida maggiore che tutto il filone musicale – denominato neofolk – avrebbe voluto raccogliere e sostenere, ma così non è stato e questo è uno dei motivi per cui me ne sono allontanato.

Un anno dopo l’esperienza dei sopracitati, nel 2006, nascono gli Egida Aurea. La band è, agli inizi, sostanzialmente formata dallo stesso organico, eppure il neofolk dei primi si tramuta in un’esperienza anch’essa neofolk, ma che assume anche i caratteri della darkwave. E’ un cambiamento solo estetico o deriva da altro tipo di esigenze?

A volte la realtà è molto meno romantica di quanto si immagini. Io ho dato vita ad Egida Aurea quasi per caso, per poter inserire un brano in una compilation che era molto in voga negli ambienti neofolk in quel periodo e che ciclicamente veniva ripubblicata in una nuova edizione. Poco tempo dopo ho deciso però di dedicarmi totalmente a questo nuovo progetto sostanzialmente perché Recondita Stirpe non garantiva la sufficiente continuità operativa e creativa per procedere ai ritmi che mi ero imposto: volevo sentirmi vivo e attivo e già avevo sofferto per l’eccessiva lentezza produttiva dei progetti a cui avevo partecipato precedentemente. Inoltre, con Egida Aurea, iniziai ad occuparmi in maniera diretta anche ai testi (compito che prima avevo sempre affidato ad altri, ma che mi stava improvvisamente appassionando molto). Avevo maggiore controllo su tutto il processo creativo e questo mi consentiva di non restare impantanato per tempi eccessivamente lunghi.
Inizialmente avevo optato per creare band con musicisti poco esperti pensando che valesse più l’entusiasmo che non l’abilità tecnica (che spesso purtroppo andava a braccetto con delle rigidità paralizzanti): tuttavia con Egida Aurea piano piano si giunse a creare una line up molto professionale e competente, alcuni di questi musicisti sono tuttora miei imprescindibili collaboratori. Anche l’aspetto stilistico prese una piega maggiormente ispirata al cantautorato di scuola genovese e non più agli stilemi tipici del neofolk marziale.

Passiamo adesso alla storica formazione de “Il segno del comando”, con un’iniziale curiosità: qual è il motivo per cui c’è stata una ripresa del titolo del celebre sceneggiato televisivo?

Il Segno del Comando (il serial) è stato l’apripista della stagione degli sceneggiati Rai iniziata nel 1971: una delle pagine più nobili della televisione commerciale nostrana.  Pur trattandosi di produzioni che andavano in onda in prima serata e quindi dedicate ad un pubblico di massa, avevano un livello qualitativo che via via è andato perdendosi.
Già negli anni ’90 questo impoverimento era palpabile e a noi venne in mente di creare un progetto dedicato ai ricordi di un’infanzia (la nostra) in cui la qualità e la meritocrazia, anche nell’arte, erano maggiormente privilegiate.
Il Segno del Comando (la band) ha mantenuto negli anni la conformazione di progetto da studio realizzando solo due album, oltre a qualche intervento in raccolte pubblicate dalla nostra etichetta discografica, prima di fermarsi per quasi vent’anni. Solo nel 2013, dopo anni di insistenze da parte della Black Widow Records, ho deciso, ritrovandomi l’unico superstite, di scrivere e pubblicare un nuovo album e successivamente di creare una line up fissa che fosse in grado di suonare dal vivo. Oggi la band è in piena attività e si sta apprestando a registrare due nuovi lavori, ha da poco pubblicato un Live in Studio e partecipato ad altre tre raccolte.

Con “Il segno del Comando”, band precedente, per cronologia, alle altre di cui si è parlato, notiamo atmosfere musicali totalmente differenti: non c’è il folk, ma i più esoterici contesti del prog rock. Passare da quest’ultimo a un tipo di sperimentazione differente può definirsi eclettismo o è una coerente evoluzione musicale?

Nella mia attività compositiva ho sempre avuto un modus operandi legato agli approcci stilistico/creativi della musica da film. Questo mi ha portato ad una costante ricerca nella cosiddetta dark music di varie epoche storiche: ho conosciuto e mi sono appassionato a linguaggi differenti. Dopo il periodo prog/jazz rock/soundtrack/horror de Il Segno del Comando e di Malombra, ho sentito l’esigenza di spingermi verso forme compositive più essenziali. Il voler semplificare per arrivare al nocciolo di certe architetture sonore è stata una necessità anche per mettermi alla prova come compositore: se una melodia regge, ed è in grado di catturare l’ascoltatore, è efficace anche se suonata con chitarra e voce. Inoltre anche la voglia di raccogliere il testimone di un certo approccio cantautorale genovese ha influito sulla ricerca di cimentarsi in sonorità folk e acustiche.

Il Banchero della vita privata è anche un insegnante di musica. Su quali canoni si fissano i tuoi insegnamenti? Cos’è che va oltre l’insegnamento standard di una nota o di una sonorità qualsiasi?

La mia attività di insegnante, purtroppo, è ferma da diversi anni a causa dei troppi impegni, ma diciamo che il mio metodo, per quanto sia piuttosto rigoroso e completo, cerca soprattutto di non trascurare alcuni aspetti che molte scuole di oggi non ritengono importati, o semplicemente non sanno trasmettere all’allievo: sono tutte quelle componenti che danno un buon equilibrio generale utile ad essere completi (o ad esserlo il più possibile) e a possedere tutte le caratteristiche che servono ad un musicista in quest’epoca; questi aspetti sono molti e variegati.
Il primo di essi è di certo l’affidabilità. L’affidabilità è fondamentale sia quando si ha il proprio strumento in mano e si condivide la musica con gli altri, sia quando si deve lavorare per la band anziché per soddisfare il proprio ego personale.
In qualsiasi cosa si faccia, l’equilibrio è fondamentale. Se si è costretti a scegliere, è meglio essere meno virtuosi durante un assolo, ma essere affidabili in ogni contesto necessario al progetto. Il grande talento di alcuni giganti del passato è stato frutto di costanza e impegno per sistemare in primis gli aspetti base. Sembra un paradosso, ma oggi troviamo chitarristi che fanno assoli con tecniche mirabolanti e poi non sono in grado di accompagnare un blues di tre accordi; si trovano batteristi che non sono in grado di andare a tempo.
Un aspetto su cui punto molto è la cura del lavoro di insieme di una band: ho insegnato anche musica di insieme, oltre a dare lezioni di strumento e su questo aspetto penso che ci sia molto da imparare.
Un altro aspetto su cui mi soffermo è il ricordare sempre agli allievi che stanno facendo un lavoro artistico, devono quindi cercare di essere creativi. Non stanno facendo un lavoro ginnico. Sia che uno decida di suonare solo il basso sia che decida di diventare un compositore che porta avanti dei suoi progetti e li gestisce in toto, deve cercare di fare delle cose interessanti e personali dal punto di vista artistico privilegiando sempre la qualità. Da anni mi occupo prevalentemente di fare formazione, quando questo serve, ai musicisti meno esperti che entrano a far parte dei miei progetti e ai quali a volte manca “il sapere”, che si acquisisce solo grazie all’esempio di qualcuno che abbia risolto davvero gli aspetti stilistici e lavorativi che portano ad essere un professionista.

In ultimo, sei anche speaker radiofonico di “Overthewall”. Quali sono gli intenti di questo programma radiofonico?

L’esperienza della radio è nata grazie alla mia amica Mirella Catena, una bravissima professionista che meriterebbe maggiori riconoscimenti per il lavoro che svolge. Ha insistito molto perché lavorassi assieme a lei e io alla fine mi sono lasciato convincere, malgrado i forti dubbi che nutrivo sulle mia capacità di speaker radiofonico. Io mi sono limitato a darle il mio sostegno e a fare qualche intervento. Ultimamente, ad esempio, curo un servizio che promuove gli eventi live underground in Italia. Anche in questo caso, comunque, la nostra maggiore motivazione a mandare avanti la trasmissione è la volontà di spingere le forme d’arte indipendenti che non trovano collocazione nel mainstream.

Lo zar è ancora vivo?1

Bella domanda;
alcune simbologie legate al passato sono ormai molto lontane da oggi. Anche il voler pensare che le sorti dell’Umanità possano tornare ad essere in mano a qualche figura tangibile e, al limite, detronizzabile con un movimento popolare, è un’idea sempre più lontana dalla realtà. L’idea che ha portato alla composizione del brano “Lo Zar non è Morto” di Egida Aurea non era certamente quella di scrivere un inno allo zarismo, anche perché, da italiani, abbiamo vissuto molto lontani dal contesto in cui certe evoluzioni storiche si sono avvicendate. Non avremmo avuto dei reali spunti per tirare delle conclusioni. In realtà, il concetto alla base di questa canzone, era scaturito dall’analisi dell’attività di certi movimenti politici russi completamente ostili ed antitetici al progetto degli architetti del nuovo ordine che l’Occidente sta cercando di darsi. Movimenti che promettevano soluzioni, molto meno romantiche di quanto sia possibile immaginare, al problema di un mondo creato per essere governato dall’economia.


1:Riferimento a “Lo Zar non è morto”, brano di Egida Aurea contenuto nell’album La mia piccola guerra (2010).


Per avere tutte le informazioni biografiche e restare aggiornati sui progetti di Diego Banchero, potete visitare il suo Profilo Facebook e il suo gruppo pubblico (Amici di Diego Banchero).
L’intera discografia di Banchero è presente su Discogs; i lavori di Egida Aurea sono disponibili su YoutubeSpotify e Facebook; i lavori de Il segno del Comando sono disponibili su Youtube, Spotify e Facebook; su Youtube è, infine, presente il tema di Recondita Stirpe.
Per visionare i progetti di Overthewall, potete fare riferimento alla Pagina Facebook.

di Bruno Santini
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