Vita a dovere. Francesco Russo: cinque poesie e cinque domande all’autore

Francesco Russo è, senza dubbio, il poeta di cui ho maggior stima. Conoscerlo, parlargli e pubblicare questi versi, è un gesto doveroso, un desiderio antico: la sua poesia risponde al dominio della necessità, abita tra i versi cancellati e quelli che sarebbero potuti essere. Ma quelli rimasti, parlati dalla voce degli angeli umili, sono qui a ricordarci che alcuni poeti, se anche non esistessero, bisognerebbe inventarli.

N.B. Per comodità abbiamo scelto di utilizzare M.T. e F.R., al posto di riportare, a ogni domanda e risposta, i nostri nomi per esteso.

 

M.T.  padre, non vedi che non ho

lo stomaco? Il pezzo

è più grande di me.

In questi versi c’è la misura: tutto ciò che abbiamo nel nostro tempo – che è il tempo del paragone, della comparazione – esiste solo se confrontabile. Il pezzo, in questo caso più grande del bambino, rende vere, contrapponendole, entrambe le cose. Ne accerta l’esistenza. Qui il capro espiatorio per chiederti: la poesia è unicità, irripetibilità dell’attimo che puo’ essere penetrato sempre, sì, ma solo da diverse soglie di accesso. Come si concilia, allora, la poesia col nostro tempo?

 

F.R. Il pezzo di pane, sacralità del quotidiano e quotidianità del sacro, accerta appunto il confronto del padre e del figlio nel gesto di spezzarlo o tagliarlo. Il padre e il figlio sono stati due figure in qualche modo sacre un tempo – un tempo che precede sicuramente la mia poesia. Il pane forse serve proprio a ricordargli questo, cioè a ricordare a me stesso che nella mia poesia non c’è spazio che per figure simboliche declassate “politicamente” rispetto ad un tempo che né io né loro conosciamo veramente, alle origini. Cosa c’entri e centri la misura qui è nella natura dell’espressione poetica, almeno della mia espressione poetica. Quindi arrivo al dunque della tua domanda. La poesia è, di fondo, io penso, la stessa di sempre. Rispecchia e rinnega il proprio tempo. Oggi siamo abituati a pensare che la poesia sia “in crisi” perché buona parte di noi parla solo di tempi poetici perduti. Ma quando mai, io mi chiedo, abbiamo detto “questa generazione è all’altezza della precedente”? (domanda che si pone uno dei cinque Kage in Naruto). Non bisogna confondere fattori esterni (editoria, mercato, pubblico etc.) con quello che sta tentando di dire oggi la poesia, anche se ne è influenzata. Tutto o quasi si rivela man mano e quello che si scrive oggi probabilmente sarà importante domani. Il poeta di oggi però ha quasi sempre una sorte tragica e comica e conviene accettarla prima di morire, io penso.

 

M.T. Tra i tuoi versi, c’è sempre un velo di ironia. Ironia sulla tua parola, la tua vita, la tua poetica. Per esempio: Come fare/ per dare il giusto ritmo alla parola/ che in ogni parte insinui una disfatta/  minore?

L’ironia è eironeiaρωνεία), dissimulazione. Questa dissimulazione, in poesia, è mirata a nascondere all’altro, oppure a renderlo dis-simile?

 

F.R. Parto con la premessa che l’ironia nella mia poesia è qualcosa che io leggo a posteriori. Non mi sento mai ironico quando scrivo. L’ironia viene dal mio guardare spesso al più immediato e semplice contrasto di ciò che scrivo, come ad avere un perenne “no?” nella testa. Nella seconda parte di Poesie della ricucitura c’è un Diario dell’esule diviso in tre diari, tra cui quello del poeta. In questo diario la prima poesia professa una fedeltà ad una verità dolorosa mentre l’ultima annuncia una catastrofe raccontata da tutto fuorché dalla parola poetica. In un certo senso ho un po’ parodizzato il poeta e l’ho fatto mentre annuncia la profezia. Dico poeta ma so che in quel momento sono io quel poeta. Hai fatto doppio centro, credo. L’ironia serve a rendere il dissimile e a nascondere l’altro. Forse questi due significati non possono esistere separati, e l’ironia rende il dissimile proprio per nascondere l’altro, almeno nella mia poesia. Un altro che a volte è anche molto semplice. So che non è politicamente corretto, ma cito una mia strofa: O mio bel tono azzurro/ sembri più falso e più/ sincero perciò vero./ Ti spedisco sin sopra/ le sommità barocche/ impossibili e scrivo/ in un’antica lingua/ di ponente. Perdurami/ nell’assalto alla vita/ ultima dei miei giorni. (questi versi sono parte di un inedito che porta il nome provvisorio di Due)

 

M.T. La madre dei tuoi versi è assenza, ala, aridità. Eppure madre è mater, ovvero radice, causa, principio. La domanda non sarà cosa, ma dove: dov’è la madre? Nel dominio della colpa – la colpa del mettere al mondo – o in quello dell’ingenuità, della mera assoluzione del compito?

 

F.R. La tua domanda, Mattia, è per me senza risposta precisa. Potrei provare a dirti forse dove è il padre, dove è il figlio. In Radici, infatti, so prendere parola al posto di entrambi. Ma la madre mai, non parla mai nei miei versi: parlano le strenne, la sua devozione, i fatti e gli antefatti che me la fanno credere tale. Parlano i suoi doni, una maglia da scucire, parla la parola “mamma”, parla il suo dolore di essere madre, ma mai la madre. Il padre sa annunciarla, il figlio sa vivere il trauma della sua perdita e tenta di abbandonarne l’idea, il fantasma. La madre forse rimane lì, come dici tu, la madre è alla radice. Sì certo, nella culpa, nella mancanza. Ma non basta questa risposta. La madre nella mia poesia è troppo grande, greve, grave, antica, erotica, eroica, fantasmatica. Forse è questa sua portata eccessiva che mi nega di rispondere a domande come la tua.

 

M.T. Questa domanda avrei voluto portela da molto tempo. Cos’è meglio? morire o essere ingenerati, e dunque non-essere?

Dai tuoi versi, spesso, si ricavano inviti a entrambe le cose che, mi sembra, siano però in contraddizione. Nella tua poesia c’è consapevolezza di questa contraddizione, probabilmente, ma non una proposta di risoluzione.

 

F.R. Questa è una domanda oscena e che mi costringe ad uscire fuori dal verso. Ma non mi spaventano le oscenità. Mi verrebbe sùbito da dire che non-essere certamente è meglio. Morire invece porta responsabilità. Certo, sono in contraddizione nei miei versi le due cose, perché spesso sono stato solo un semplice esecutore e non mi vergogno ad ammetterlo. Perché anche i pensieri fanno a botte in momenti che sembrano destinali e che poi scopri essere solo momenti come altri… Tieni ben presente che io sto rispondendo a questa domanda perché ho una storia diversa dalla tua e che non dipende dai miei versi. Dipende dalla mia vita e dalla mia adolescenza folle, disperata e piena di futilità innalzate ad essenze del vivere. Ecco, si riapre la ferita: la poesia e la mia vita sono la stessa cosa? L’esigenza vera (è una cosa molto recente) della poesia è nata in me dopo aver scoperto la mia “simbolica e sanguinosa” (cito) dislessia: per dislessia intendo che oltre alcuni limiti emozionali io non riesco ad esprimermi. Nanni e Carmela sono nella mia stanza e non chiedono spiegazione. Quindi la poesia è nata come esigenza di esprimere l’inesprimibile attraverso le serie di immagini che passano per la testa. Cosa significa? Significa che, anche se poi ho scoperto la poesia servirmi a molto altro oltre a questo, essa spesso accompagna e fa significare il mio desiderio di auto-distruzione e di fine, finendo per con-fondersi completamente con la vita: ecco che dal cielo si calano lunghe corde coi cappi; ecco levarsi balconi altissimi lontani dal fetore di urina asfaltato nelle strade. Ed ecco anche la mia risposta alla tua domanda: è meglio morire. Perché sono venuto al mondo, chissà per quale motivo, ad un mondo più osceno della tua domanda, di cui, però, sono parte anche se spesso dico, penso e sento il contrario. È meglio morire e, nel frattempo, provare a fare sempre qualcosa, anche se a volte un punto di propria mano sembra l’unica svolta possibile e la poesia una forma ormai esaurita completamente. Anche se a volte succede, è successo e probabilmente succederà ancora.

 

M.T. La nostra ormai consueta e ridondante domanda: cosa c’è di lirico al di fuori del de-lirico?

Il lirico, di per sé, non credo neanche esista. Dietro al lirico c’è una volontà. Eppure tutto il mondo è così suscettibile di essere liricizzato: dal mare alla tazzina. Il lirico stesso forse nasce da un taglio. Così: tà. Come quel famoso libro di quel lontanissimo poeta…

 


 

*

A tavola spezza il pane

e nel piatto piccolo la grande ombra:

padre, non vedi che non ho

lo stomaco? Il pezzo

è più grande di me. Padre

non vedi che ho le vertigini

per il tuo taglio?

 

Il bambino conosce la tragedia

della fame, da stigmate

del verso ritorna l’assenza

della madre.

*

Ho calli troppo aridi alle mani

e un coltello fitto che trattiene il basso

di essere padre. Come fare

per dare il giusto ritmo alla parola

che in ogni parte insinui una disfatta

minore?

 

L’uomo conosce le ali della madre

silenziose in una veglia da martire:

il ramo si piega ma l’ago di pino

è trasparente e non ha voce.

*

Il gioco di invertire il silenzio

dall’ago al filo.

 

Questa maglia è tua – sussurrò –

è tua e puoi scucirla

in una sillaba di compassione

per un segno di redenzione.

*

Ho rivolto le mie preghiere alla terra

al sole alla  finestra a tutti i miei

tronchi di guerra

tronchi sordi di guerra.

 

Quando imparerai? Quando

capirai che non c’è pietra? Pietra

a rispondere al primo

bisogno d’adunanza.

 

M’invidiano le madri sterili

ed io invidio i loro figli innati

nei sogni a non concedere

vita a dovere.

*

Marina vorrei romperti il bacino

nell’antefatto di stare lontani.

 


 

Francesco Russo è nato a Napoli nel 1996. Si è diplomato al liceo scientifico del suo paesino e ha poi deciso di fare un percorso universitario di stampo filologico e letterario. Pubblica un suo primo e – come dice – inutile lavoro nel 2015, Ai bordi della strada, per la Temperino rosso edizioni; pochi altri testi sono stati antologizzati. Poesie della ricucitura (Terra d’ulivi edizioni, 2017) è il suo ultimo lavoro.

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