Parole senza inchiostro – Marco Rincione

Non sempre le storie sono scritte solo in prosa. Esistono vari modi di raccontare. Ecco perché abbiamo voluto invitare su Nefèle uno sceneggiatore di fumetti, Marco Rincione – che proprio in questi giorni esce con il fumetto Lipomorphosis, sulla rivista Wilderonline.com (per maggiori informazioni, alla fine dell’articolo). Oggi però cercheremo, con lui, di mantenerci su posizioni ancora “tradizionaliste”, e pubblicheremo una serie di estratti tratti dai racconti che popolano il suo blog Parole senza inchiostro (https://marcorincione.wordpress.com/), proponendoci di svelare, così, questo lato della sua produzione artistica ancora oscuro. Non prima però di avergli rivolto amichevolmente qualche domanda. Buona lettura!


 

Per iniziare, cominciamo con una domanda generale: tu, principalmente, scrivi storie e sceneggiature per fumetti, non per racconti. Perché, allora, la decisione di aprire un sito in cui pubblicare di volta in volta questo tipo di lavori? È tanto diverso scrivere un fumetto dallo scrivere un racconto?

Ho iniziato a scrivere quando ero ancora un bambino, ho sempre sognato di fare lo scrittore, e intendo lo scrittore di prosa, il romanziere. Invece, eccomi qui, faccio lo sceneggiatore di fumetti. L’importante è scrivere, no? No. Scrivo fumetti per due motivi, principalmente, uno materiale e uno spirituale. Quello materiale è che il fumetto è stato il mio ingresso nel mondo della scrittura e dell’editoria, grazie alla collaborazione con mio fratello Giulio, già fumettista, sulla trilogia di Paperi; il motivo spirituale è che sono cresciuto a fumetti e merendine, leggevo senza sosta gli albi di Cattivik, Lupo Alberto, Diabolik, Dylan Dog, Martin Mystère, fino ad alcuni numeri di Devil&Hulk (lasciavo stare Hulk, mi piaceva solo Devil). Il fumetto mi è sempre stato vicino.
Ma il mio sogno non è completo finché non riuscirò a scrivere i miei romanzi, e ci sto lavorando. Perché la prosa è un’altra cosa, e se è vero che molti sceneggiatori di fumetti scrivono anche romanzi, ce ne sono molti altri che non hanno questo desiderio.
Ideare e organizzare una storia è lo stesso processo, vale anche per un film o un prodotto cinematografico. Ma mettere giù le parole cambia tutto. Per farla breve, l’unica cosa che rimane identica tra prosa e fumetto sono i discorsi diretti, dopodiché ciò che nella prosa fanno le altre parole, nel fumetto lo fanno le inquadrature e, parzialmente, le didascalie. Ma le inquadrature valgono di più.
Siccome mi piace lavorare con entrambi i mezzi, e i miei fumetti sono pubblicati e legittimi, ho deciso di ritagliarmi un piccolo spazio online per i racconti brevi (brevi soprattutto perché rispondono a una necessità dell’utente di internet: la velocità). Inoltre, il blog di racconti vale anche come vetrina dei racconti che alle volte mi vengono commissionati privatamente.

La tragedia popola l’universo dei tuoi personaggi, all’interno delle loro vite comuni.

Sì, temevo che qualcuno se ne accorgesse. La cosa strana è che non so perché: da piccolo pensavo che avrei scritto storie dell’orrore, e in parte è quello che faccio, solo che l’orrore non è quello che credevo. Penso che il dolore, e soprattutto il modo in cui si fa esperienza della sofferenza, descriva bene la personalità di ognuno di noi. Una persona è sincera quando soffre, e questo vale anche per un personaggio inventato.
Potrebbe essere questo il motivo per cui mi diverto a esplorare forme diverse di dolore: voglio riuscire a cancellare la differenza tra una persona reale e un personaggio che non esiste, e la sofferenza mi permette di creare un’illusione più forte. Ma non è detto che sia l’unica via: ci sto lavorando.

“Il dolore ci appartiene”: è ciò che afferma Renato Torresi all’interno del racconto Operazione “Mirror” (riportato in basso n.d.r.). Se è così, come affrontano il dolore i personaggi del tuo emisfero narrativo?

Appunto, ci sto lavorando. Il dolore – e intendo anche e soprattutto quello fisico – sta alla base del nostro essere nel mondo: rifacendomi a una lezione aristotelica, si può dire che piacere e dolore sono come una bussola rudimentale che tutti gli esseri viventi dotati della capacità di percepirli utilizzano per sopravvivere e orientarsi nel mondo. Il caso umano è solo un po’ più complesso perché, alle volte, trasforma il dolore in piacere e viceversa, il che lo rende confuso e disorientato nel mondo. È questa confusione, questo esser privi di rotta, che cerco di osservare da vicino, e finisco spesso col valicare i confini dell’umano e atterrare nell’oscuro e ignoto campo del disumano. Colpa di Kafka.
I personaggi affrontano il dolore in base al modo in cui sono posizionati nel mondo, ovvero in cui io li posiziono: il passato e i ricordi che hanno, il lavoro che fanno, le persone che frequentano… tutto ciò determina il modo in cui il dolore appartiene loro.

All’interno delle tue narrazioni spesso ci si trova davanti ad un’umanità che è stata fortemente compromessa dalla tecnologia, la stessa che avrebbe dovuto facilitarne la vita. Qual è l’approccio che i tuoi personaggi hanno verso di essa? Esiste poi, per loro, una possibilità di redenzione?

La tecnologia. Per un periodo si scherzava sul fatto che facessi fumetti di Black Mirror (nota serie tv britannica di genere fantascientifico, n.d.r), prima dell’uscita del volume #Like4like. Il problema è che oggi la tecnologia fornisce ai narratori strumenti reali e credibili per far accadere cose straordinarie, e non parlo solo di fantascienza, ovvero di tecnologie inventate di cui non si conosce esattamente il funzionamento (anche se è il caso di #Like4like o del racconto Operazione “Mirror”). Il personaggio immerso tra le possibilità infinite del tecnologico perde più facilmente i caratteri dell’umano di cui parlavo prima, e la tecnologia gli permette di compiere una metamorfosi. La metamorfosi che gli spetta. Non è una cosa per forza brutta, e il giudizio sulla tecnologia non è negativo: spesso ritengo di essere poco più di un bambino che gioca con un giocattolo pericoloso.
È quello che siamo tutti, quando ci mettiamo davanti a uno schermo connesso a internet.
Ma siamo bambini, lodati o puniti. La redenzione presupporrebbe una possibilità di salvezza, un mondo migliore. Non credo che ci sia. E non credo che abbiamo bisogno di essere salvati.

Cos’è l’amore per un cybernautico?

Prendete nota: se mi dilungo è colpa di queste domande belle. Si dice che non si possa amare gli altri se non si ama prima se stessi, il che è falso (o meglio, non troppo vero, dato che piacere e dolore sono confusi nel nostro mondo umano); ciò che si vuole dire, secondo me, è: non si può amare gli altri se prima non si conosce se stessi. E qui sorge il problema, perché un cybernautico può decidere di essere questo o quello, non sempre le sue scelte corrispondono a ciò che sceglierebbe nel mondo materiale, e quindi… l’amore diviene fluido e i suoi contorni svaniscono. Non ci conosciamo e non ci riconosciamo.
L’amore è quando qualcosa prova qualcosa per qualcosa. Versione updated del joyceano: “Love loves to love love” (l’amore ama amare l’amore). Parte di quel qualcosa siamo noi. Ma di quale?

Ultima domanda. Quanto vario può essere il mondo filtrato da uno schermo?

Vario, ma ci sono comunque delle regole di verosimiglianza con il mondo materiale. Abbiamo sempre una pretesa di credibilità, che poi è la base di ogni storia raccontata. Oltre lo schermo siamo tutti scrittori di noi stessi, in modo più o meno cosciente. Il che rende questo periodo un momento contemporaneamente stupendo e terribile per essere scrittori.


Il mio sincero orientamento bisessuale mi consente di non fermarmi davanti a piccolezze come il sesso del mio interlocutore. Mi vanno bene entrambi, davvero, non sto scherzando. Solo che, quasi subito dopo aver provato l’eccitazione fisica per quell’atmosfera, mi sono reso conto che ciò che davvero mi attirava di quel luogo, adesso, era la totale nudità della mente umana. E così ho smesso di dormire del tutto.

Chat Room

Vorrei urlare. Dirgli che non può farmi questo. Ma provo a pensarci su: potrebbe avere ragione? Se venisse con me, lungo quel corridoio. Conteremmo insieme i passi, sapremmo che sono gli ultimi passi. Poi entreremmo e lui mi terrebbe la mano. Aspetterei di finire. Saprei che non c’è ritorno.

Io voglio tornare. Voglio rivederti, voglio i tulipani e il cioccolato.

Tulipani e cioccolato

Pochi secondi di silenzio bastarono a ghiacciare l’atmosfera tra loro due, e lei si sforzò di finire la sua birra in due sorsate. Aveva voglia di andare via da lì, all’improvviso. Qualcosa si era rotto nei suoi pensieri, e il desiderio di rimanere a bere in quel locale insieme a quel tipo era svanito del tutto. Eppure non era male. Era belloccio, parlava bene, riusciva anche a fare qualche battuta intelligente… Solo la storia del blog l’aveva disturbata. Era strana.

Non le sembrava una cosa buona.

Un blogger

Chi vede soffrire le persone che ama si riempie di odio. Lo capisco. Ma se avevo accettato di sottopormi all’Operazione Mirror, era perché volevo dimostrare ad Anita il mio amore. Volevo regalarle gli ultimi giorni con l’illusione di una gioia che non c’era, non darle la possibilità di concretizzare il suo odio verso qualcosa che non c’è.

Una malattia cattiva che mi odia. Non c’è una cosa del genere.

Ci sono solo io, io che vado a rotoli. Io che mi distruggo perché il mio corpo impazzisce fuori dal mio controllo. Voglio che Anita rimanga insieme a me mentre mi spengo.

Operazione “Mirror”

Le urla, i calci e i morsi del bambino non bastarono a evitare il tragico avvenimento. Una mossa veloce: con la mano sinistra Markenhoff teneva JJ, lo stringeva forte al polso cercando di non fargli male (anche se, da parte sua, il bambino gli stava aprendo ferite coi denti e con le unghie e lo colpiva alle caviglie con calci ben mirati); con la destra girò la chiave nella serratura della porta, la aprì di scatto e subito ci spinse dentro il bambino, stavolta senza preoccuparsi di essere troppo gentile. Aveva raggiunto la soglia massima di sopportazione del dolore.

Subito richiuse la porta.

Dall’interno, il piccolo gridava e si batteva con tutte le sue forze contro la porta. Gridava aiuto.

«Gli fai solo venire più fame se gridi e ti agiti, JJ. Molta più fame.»

Markenhoff rimaneva fermo davanti alla porta chiusa col suo solito sorriso.

In attesa.

Il pedagogo

«Vivo solo per morire, Martina. Voglio morire, un giorno, naturalmente. Senza fretta. Voglio morire e spero di poter ricevere l’amore di chi ripenserà a me. È stato così con mio padre, ed è stato perfetto.»

Martina non disse nulla. Per la prima volta apparve seria e pensosa, come se un macigno si sollevasse dal suo cuore. E annuì.

S.


 

Marco Rincione nasce nel 1990. Nel 2015 si laurea in Scienze Filosofiche presso l’Università di Palermo con una specializzazione in filosofia antica, occupandosi in particolare del pensiero di Aristotele, su cui ha scritto alcuni saggi. Di seguito la sua bibliografia:
L. Staiano – G. Caputo – M. Rincione – G. Rincione – Prenzy – V. Balzano – A. Tripood, Noumeno. Un thriller quantistico, Shockdom, 2016.
M. Rincione – G. Rincione, Paperi, Shockdom, 2016.
M. Rincione – Prenzy, #Like4like, Shockdom, 2017.
M. Rincione – G. Rincione, Vite di carta, Shockdom, 2017.
M. Rincione – G. Rincione, La fine di un giorno qualunque, in AA. VV., Grouchomicon, Sergio Bonelli Editore, 2017.
M. Rincione – Loputyn, Il canto delle onde, Shockdom, 2017.
M. Rincione – C. Raimondi, Lipomorphosis, in corso di pubblicazione su wilderonline.com.
di Samuele D'Alterio
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