La fatica della formica. Luigi Finucci: cinque poesie e cinque domande all’autore

Quando sono arrivate queste poesie in redazione, non credevo che avessero potuto colpirmi quanto, invece, hanno fatto. Nella poesia di Finucci c’è la soglia: la soglia di accesso al senso, e la sua custodia. Particolare non da poco in questi tempi di versi senza più memoria.

N.B. Per comodità abbiamo scelto di utilizzare M.T. e L.F., al posto di riportare, a ogni domanda e risposta, i nostri nomi per esteso.


M.T. C’è il vortice a iniziare la tua poesia. Il vortice è ciò che muove e deforma il cerchio, ciò che lo porta nel mondo. Allora ti chiedo: cos’è il cerchio? e quand’è che si fa vortice?

L.F. Dici bene, il vortice deforma il cerchio. Il cerchio inteso come vita che torna e ci porta allo stesso punto, alla quotidianità. Il vortice è l’accadimento non previsto che smuove e mescola le carte della routine: laddove tutto sembra scorrere lentamente e immutabile, ecco un turbinìo. Trovare l’equilibrio è l’invito, prendere ciò che di buono viene tra la vita e il non-contemplato. Un cerchio che contiene grandi cose come le stelle e piccole, quasi nascoste, come un disegno. Dopo il vortice, tutto torna al suo posto riformando un cerchio nuovo così da scorgere il nostro posto tra le tante scelte.

M.T. Nelle tue poesie torna spesso la memoria. Scrivi:

da tempo

è stato predetto ma chi

lo ricorda è stato un profeta.

Qui il profeta non è chi disegna l’avvenire, con la sua parola al contempo vaga ed esattissima, ma chi serba memoria. Il profeta, dunque, in quale dominio si muove? In quello dell’avvenire o in quello del templio, che solido e millenario veglia sugli uomini?

L.F. Infatti si vaga in un campo aperto, quale è la memoria. Il profeta è colui che ricorda i sogni passati, che pre-dice una nuova vita e “all’incrocio degli anni venturi” ha bene impressa la sensazione di stupore che attendeva, agguantandola e non facendola sfuggire via come succede spesso con le cose tanto desiderate. Questa poesia per me ha notevole importanza, è il tempo esatto in cui scoprì di essere padre e mi viene in mente una frase di Fedor Dostoevskij che dice “Colui che genera un figlio non è ancora un padre, un padre è colui che genera un figlio e se ne rende degno”.

Ecco: qui inizia l’attesa, un profeta che si muove nel dominio dell’avvenire, che dà adito al quel mistero che non vuole e non può essere svelato. Accettare il proprio destino, attenderlo e pregustare ogni sensazione di quel tempo che anticipa la profezia. La domanda che mi chiedo è, si è mai pronti per ciò che dobbiamo diventare? O lo siamo sempre stati?

M.T. Aspetti qualcuno che raccolga/ la foglia caduta, ma chi è quel qualcuno? E, soprattutto, da dove arriva?

L.F. È un mio simile, qualcuno che raccolga il testimone del mio essere, del mio sentire. È forse una speranza, una bottiglia lasciata in mare aperto. Arriva da un tempo futuro, immaginifico dove gli individui si riconoscano più dalla frequenza del battito, dalle emozioni più che dalla provenienza. La foglia caduta dà l’idea dell’attesa di questo tempo, di questo luogo: sta a noi decidere se raccoglierla e custodirla, o ignorarla e calpestarla.

M.T. La scelta è un altro elemento che torna spesso , leggendo i tuoi versi. Ma la scelta è il fondamento dell’Occidente: è Paride a compiere la prima, e lo portò al disastro di Troia. Siamo sicuri che la libertà, in qualche modo, coincida con lo scegliere? E poi, c’è una differenza tra lo scegliere e la scelta?

L.F. La nostra concezione di libertà deriva appunto come dici te dalla cultura in cui viviamo, dalla morale, dall’educazione. Sicuramente lo scegliere , è un’illusione di libertà, uno scettro di legno. Non tutti possono permettersi di scegliere o di essere liberi, basta spostarsi di latitudine o tornare indietro nel tempo.

Vorrei fare un esempio: a volte per fare buona poesia bisogna sfoltire, togliere il superfluo. Ci deve servire d’aiuto questo esercizio nella vita. Per poter essere liberi di scegliere bisogna poter sfoltire, levarsi di dosso tutto il superfluo che ci circonda, in un certo senso essere lucidi. “Scegliere” è l’idea che abbiamo di poter aver qualche potere sul nostro cammino di vita, “scelta” è il cammino stesso, una presa di coscienza definitiva, ciò che vogliamo essere.

M.T. La nostra domanda ormai caratteristica: cosa c’è di lirico al di fuori del de-lirico?

L.F. Ho spesso ragionato sul senso della poesia e credo che aleggi poco più in alto delle nostre teste, e da lì sicuramente la realtà è tutta un’altra cosa. Il rapporto tra lirico e de-lirico lo raffigurerei con un simbolo della cultura orientale, il Taijitu ovvero la rappresentazione dello yin e lo yang.

Sono due energie opposte ma che si completano a vicenda, dove l’esistenza dell’uno dipende dall’altro. Ogni situazione e ogni oggetto si relazionano a questa forte dualità, essenziale per la ricerca di un equilibrio. Riconoscere il lirico all’interno del de-lirico, ricercare la poesia nella quotidianità e viceversa.


AL MATTINO

I tuoi piedi hanno
dieci scelte tra l’erba, forse
una scivola con la rugiada
sulla fatica della formica.

Eppure nella notte le stelle
sono immutabili, come il disegno
di mia sorella: è rimasto nel cassetto
tanto tempo,
e la scelta è tornata di mattino -di buon’ora.

Le betulle sono sorridenti
e nel secchio si forma un vortice:
il vortice che s’interrompe
sulle braccia del vecchio contadino.


7 SETTIMANE E 3 GIORNI

L’aria si fa bruna, nel limbo

dei battiti scanditi: da tempo

è stato predetto ma chi

lo ricorda è stato un profeta.

Poi c’è un passo, lo schema

è vertebra che si fa goccia

all’incrocio degli anni venturi,

di tanto in tanto potremo

chiederti una reazione, sasso

che l’eco rimbalza nella stagione

delle mani piccole.

E’ tremito l’esercizio dell’attesa, polvere

di gaudio e lacrima:

la paura è condivisa come la scoperta

partorita nel giorno

e il soffio porta allo scrigno

[l’abbiamo desiderato insieme]

dove il mistero

non vuole essere svelato.


DIATRIBA

Quale strada grava
sulle spalle, di vetro frange
l’eco
in mille misure.

La curva disegna
falene, sere di maggio
tremolio frenetico
agli incroci.

L’unico chiarimento
di vita è sul tavolo

nel mezzo.


ECO

Al mio fianco è nato un albero vermiglio
e la corteccia delinea
insenature fantasma – trasparenze.

Il grido non ascoltato
riecheggia nel petto
e inghiotto sangue:
dunque non ricordo l’infanzia
a cui fino a ieri la memoria
era appesa sul davanzale.

Ora, aspetto qualcuno che desto
legga la frequenza del battito

qualcuno che raccolga
la foglia caduta.


FINESTRE

D’attesa hai dipinto il tappeto
per giorni di pioggia, le finestre
d’occhi curiosi il respiro
si è riposato l’indomani.

Abbi cura del silenzio
d’estate la memoria
si adagia sui lati
di una scelta mancata.


Luigi Finucci nasce il 15 05 1984 a Fermo, dove risiede.

Nel 2013 pubblica una raccolta di poesie intitolata “L’ultimo uomo” edita dalla Casa editrice Giaconi Editore di Recanati.

Nel 2014 è stato poeta in residence al festival “Armonie della sera” insieme ad Eugenio de Signoribus , nei posti più suggestivi delle Marche.

Nel 2015 sempre per la Giaconi, pubblica un libro illustrato di poesie per bambini intitolato “L’Aspirante Astronauta” sullo spazio e sull’importanza dei sentimenti.

Nel 2016 esce per Eretica Edizioni “Le prime volte non c’era stanchezza”, raccolta poetica.

Nel 2018 per Giuliano Landolfi Editore pubblica “Canto dell’attesa”.

Ora collabora con Bibbia d’Asfalto: Poesia Urbana e Autostradale, rivista di poesia contemporanea.

I suoi componimenti sono presenti in diverse riviste e blog ( Larosainpiù, Niedergasse, In.Arti.Poesia, Pastiche Rivista, Versante Ripido, Words Social Forum, Obiettori di parole) e sono stati tradotti in spagnolo.

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