La Bibbia del Rock: The Number of the Beast – Iron Maiden

La storia ha una sua ciclicità, ce lo insegna Erodoto, che consiste in ascesa, apogeo e declino. Eppure ci sono fenomeni, eventi, prodigi, che sembrano essere rimasti staticamente nella seconda fase: gli Iron Maiden sono da annoverarvisi, con i loro capolavori musicali dal fascino intramontabile.

Quest’oggi approfondiamo “The Number of the Beast”, grazie ad una track-by-track di Ernesto Margarita, che ha avuto l’onere e l’onore di recensire un album che ha influenzato (e ancora oggi influenza) decine e decine di gruppi.


“The Number of the Beast”, datato 1982, è un album che marca una nuova era per gli Iron Maiden, segnata dall’ingresso in formazione di Bruce “Air Raid Siren” Dickinson, attualmente una delle voci più amate del genere.

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L’album è introdotto da Invaders, brano che tratta dell’invasione vichinga in Inghilterra e che dà subito la carica attraverso un intro energico – sorretto dalle linee di basso di Steve Harris – e dei riff precisi e attenti alla dinamica, proposti dalla coppia Smith-Murray (qui più amalgamata che mai). Dopo la sferzante prima traccia si passa all’intro acustico di Children of the damned, seguito da un assolo malinconico di Dave Murray che conduce alla strofa: il brano è ispirato al film del 1960 “Il Villaggio dei Dannati”, e dannato sembra Dickinson che, cantando, riesce a dimostrare di essere una spanna sopra il suo predecessore, Paul Di’ Anno. Si passa ad un’altra traccia, The Prisoner, che inizia con una sezione recitata ispirata alla serie TV omonima. Qui i Maiden raggiungono un livello raffinatissimo, con riff duri che poggiano sulla rocciosa batteria del compianto Clive Burr; punti elevatissimi si raggiungono nel ritornello – in cui la voce di Dickinson si lega perfettamente a quella più blueseggiante di Adrian Smith – e nell’assolo, affidato al gusto di quest’ultimo. Cambia ancora una volta l’atmosfera, è il turno di 22 Acacia Avenue, altro classico della band targata UK. Si tratta di un brano dai riff piuttosto lineari, eppure efficacissimi, su cui si articola la voce del frontman, che riprende le vicende narrate in Charlotte the Harlot, che si concluderanno in From Here to Eternity (dall’album Fear of the Dark).

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Si giunge finalmente alla title track. Anche qui l’intro è recitata e cita l’Apocalisse, dopo la quale subito ci si sente presi da un’aria sinistra e cupa (lo stesso Steve Harris racconta che il brano è ispirato a un suo incubo): riff di chitarra dinamicamente cadenzati sono la base per il cantato di Bruce, che prima vuole quasi sussurrare, poi, con degli acuti che sono suoi marchi di fabbrica, ci si immerge nel vivo della canzone, prorompente al massimo; ancora oggi questo è un classico eseguito live. Il clima rimane elettrico con l’intro di batteria, ancora una volta offerto da Burr, che contraddistingue un pezzo inossidabile della band: Run to the Hills. Anche qui troviamo caratteristiche essenziali del gruppo inglese: vocalismi arditi, galoppate ritmiche, linee di basso incisive al massimo ed un testo che, ancora una volta, tratta di storia (non bisogna dimenticare che i Maiden potrebbero insegnare più di molti professori odierni). Altro intro di batteria (che pesta ancora più duro) con la track successiva, Gangland, un brano diretto e veloce, in cui, attraverso armonie ricercate, la solita coppia Smith-Murray trova, giocando con le scale, armonie e assoli interessanti e ricercati.

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Siamo quasi alla fine del capolavoro che ha consacrato i Maiden: è il turno di Total Eclipse;  la canzone, inizialmente, non si trovava all’ interno dell’album: fu aggiunta nella riedizione del 1998. Un brano che, insieme a Gangland, è forse il punto relativamente più basso del disco: di memorabile ha forse solo l’intro alle chitarre e, soprattutto nel finale, sembra che nel brano Dickinson cerchi soluzioni vocali un po’ eccessive per l’andamento generale del pezzo. Si è giunti alla fine dell’album ed è proprio qui che, per molti, si raggiunge il culmine emotivo: tocca infatti a Hallowed be thy name chiudere degnamente questo pezzo di storia. Il pathos (volendolo dire alla greca) è palpabile già nel testo: un condannato a morte riflette sulla vita poco prima del patibolo. L’intro, monumentale, è creato con un riff molto semplice scandito da rintocchi di campana che si intrecciano al basso di Steve Harris, il tutto elevato dalla voce solenne di Dickinson. È solo dopo un minuto, però, che si entra nel vivo della canzone, con la voce del frontman che esplode, le chitarre che si intrecciano in armonie suggestive e gli efficaci stop-and-go iniziali. È dunque così che si chiude un album fondamentale, una Bibbia del Rock, che ha forgiato una leggenda, oltre ad aver rinnovato la N.W.O.B.H.M e ad aver esortato molti a prendere uno strumento per iniziare il proprio percorso musicale.


di Ernesto Margarita

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