A casa a piedi – Max Manfredi

Oggi ospiteremo un personaggio davvero singolare, di nascita Genovese e di professione, potremmo dire, uno che fa canzoni. Stiamo parlando di Max Manfredi, autore di ben sei album musicali, con un’attività che comincia nel 1990 con “Le parole del gatto” e ha la sua ultima manifestazione con “Dremong”, del 2014. Ma non è del Max Manfredi cantante che parleremo oggi. Dietro questa attività si cela un’altra vocazione, quella della scrittura, di cui tratteremo con due libri: “Trita Provincia”, del 2002, in prosa; e “Amorazzi”, raccolta di poesie edita nel 2016. Tralasciando questo bellissimo sfoggio di date, inizieremo con delle domande fatte all’autore, seguite da estratti di entrambi i libri, Amorazzi e Trita Provincia. E poi, per chi riuscirà a farcela, alla fine di tutto, una canzone in omaggio e un estratto prelevato dall’audiolibro di Trita Provincia pubblicato nel novembre 2017.

Buona lettura!



Vuoi raccontarci la genesi delle tue poesie pubblicate in Amorazzi? Da quel che se ne ricava dal libro, gran parte delle opere sono state abbozzate prima a voce e poi rifinite sulla carta. Quanto effettivo peso dai, allora, alle carte alle quali hai affidato i tuoi pensieri?

Eh, non è così pittoresco. Le poesie di Amorazzi sono state scritte sulla carta o, novissima cosa, sulle pagine virtuali del computer. Sono state lette, sì, a voce, in diverse occasioni, spettacolari o conviviali. E ancora lo saranno: hanno una vivacità che si concreta e manifesta facilmente nella lettura ad alta voce.

La maggior parte dei componimenti di Amorazzi contiene una forte satira polemica, soprattutto verso il finale della raccolta. In uno di questi, “I topi e lo chef”, dici:

“Che il marxismo sia morto e sepolto,

lo san due comunisti su tre!

Lo so anche io, ma non son coinvolto.

A me brucia che è morto lo chef.

 

E che l’arte sia morta… non venirmelo a dire!

Certe cose, bambin, le so meglio di te!

L’art pour l’art, che ce frega, si può sostituire!

Non è l’arte il problema, il problema è lo chef!”

In un’introduzione alla poesia ci dici che fu scritta negli anni ’90. Ma ad oggi qual è la condizione dello chef (eppoi, chi è lo chef)? La sua tomba è stata profanata o viene ancora, alla bell’e meglio, riverita?

Lo chef l’ho definito “colui che cucina il dato fenomenico”, l’interprete, quello che una volta era il filosofo. Non esistevano ancora, se ricordo bene, tutti questi talent show per cuochi, tutti questi filosofi da talent show che esistono adesso (figurati che nel poema, che non risparmia proprio nessuno, mi son preso la briga di prendere in giro i “nuovi filosofi” francesi che erano di moda allora; pensa ai “filosofi” di moda adesso! come dice lo stagno di una mia poesia – che non è stata pubblicata su Amorazzi per una mia dimenticanza – “un limite al peggio non trovasi, in fede!”.
Quanto alla reverenza (ed alle riverenze) tombali, è un discorso troppo lungo, ci vorrebbe un’intera serie di puntate.

E i topi poi, come se la passano?

I topi se la passano male. Sono in troppi. Ogni velleità identitaria si trasforma in una trappola.
Comunque, nella sua lucidità e nel suo nitore di scrittura, “I topi e lo chef” è uno scherzo, un “emmerdement”, per così dire.

Passiamo a Trita Provincia. Per leggerlo, forse, mi sarebbe servito un dizionario Italiano-Genovese. Ma quant’è importante, allora, essere dentro le parole che si raccontano, cioè conoscere l’esatta sfumatura del significante? Basta lasciarsi trasportare dal suono o anche dall’immagine che esso produce?

Sì, quello è appunto il significante. Trita Provincia è un bazar di parole, la minima parte delle quali sono in genovese. Un genovese “comfort language”. Vi si impara lo stupore per le parole-oggetto, le parole da rigirare tra le dita. E un buon vocabolario, di carta oppure on line, è sempre plausibile e raccomandabile.

Dalle tue canzoni spesso si evince come il “cine”, la malinconia siano luoghi che pervadono la tua immaginazione in maniera viva. Ma leggendo Trita Provincia, si ha tutta un’altra impressione. I luoghi che dominano il libro sembrano essere le cattedrali, i conventi, le lagune. I personaggi si ritrovano a combattere la freddezza delle loro pietre. Cosa ti ha spinto a raffrontarti con il mutismo di questi luoghi?

E’ un mutismo molto ciarliero. Sono scenografie piene di voci. Ma dici bene, sono i luoghi, sono gli arredi che sottraggono importanza ai personaggi, che invece non hanno una consistenza nell’interrelazione con gli altri, e sono semplici martiri. Testimoni della scrittura. Ora, quale luogo migliore per dei martiri che chiese, conventi o piazze? La pietra si può plasmare in architettura, e certi miti dicono che il canto rendesse i macigni leggeri, volanti, in grado di costruire città. E le parole sono come le pietre, metaforicamente parlando. E tuttavia insisto, queste son questioni oziose rispetto al canto e alla sua necessità intransitiva.

A volte, nel libro, capita di imbattersi in situazioni che sembrano provenire direttamente da frammenti di ricordi filtrati dalla memoria, descritti nei loro momenti più singolari.

E’ proprio così. La dinamica è un po’ quella dei sogni, che però vengono smistati, ricomposti, scelti come le stoffe di un banchetto di mercato.
Tutti emblemi che ritornano per la loro stessa forza. L’allegoria possente, nel Macbeth di Shakespeare, della foresta di Birnam che si muove da sé verso Dunsinane, siglando il declino fatale della trama e del tiranno.

Passiamo ora al Max Manfredi “famoso”, quello della canzone. Ecco la nostra prima domanda: quando scrivi o pensi ad una canzone, ti senti più lo scrittore/narratore di quella canzone, o più il suo orchestrale?

Tutt’e due. E tanto altro.

Fabrizio De Andrè ti definiva, nel 1997, il “più bravo” tra i cantautori. A tal proposito, la domanda si articola secondo due aspetti: in primo luogo, dal momento che, nella cultura di massa, Max Manfredi fu presentato come il “nuovo” De Andrè, quale fu (se ci fu) l’effettivo peso della considerazione artistica? In secondo luogo, la musica d’autore che ha sempre caratterizzato il senso della tua arte, ha speranze di sopravvivere e determinare ancora qualcosa nel moderno panorama musicale?

Rovesciamo un po’ le consuete prospettive. La canzone, nella sua forma migliore, nobile, oggi non è tanto una scommessa dell’artista, quanto del pubblico. Ognuno ha il panorama musicale che si merita. La buona canzone oggi è necessariamente elitaria, cosa che non vorrebbe affatto essere, perché la sua fruizione – non essendo imposta dal dettato pubblicitario, se non in pochi casi fortunati – dipende dalle scelte, quantomai azzardose, dei singoli ascoltatori. Venire a sentire un concerto di Max Manfredi invece che la serata finale di Sanremo, è un azzardo, qualcosa che esula completamente dalle linee guida del sociale: e pure è cosa innocua e assolutamente non eroica.
Non fui mai presentato come “il nuovo De Andrè” se non in qualche titolo di articolo sconsiderato. Posso però dire di essere stato abbondantemente punito e censurato anche per questa qualifica che non ho mai accettato.

Ultima domanda che parla di musica, con cui concludiamo quest’intervista. Alcuni dicono che le tue canzoni conducono ad una affermazione della vacuità della parola. Si possono citare di getto, dall’ultimo album Dremong, “Inutile” e “Il negro”. Allora noi ti chiediamo: se è vero, è colpa dei nostri tempi (possiamo dire) liquidi, o…? Si possono mettere in discussione i sentimenti?

La parola è vacua, ma è anche ciò che riempie il vacuum. La parola è pietra e ciò che sposta le pietre. La parola si incanta nel canto e si incarna nell’interprete. La colpa dei nostri tempi liquidi è consolidarsi male, diventare ostruzioni. La parola pubblicitaria è totalitaria e censura le altre parole. E chiunque, invece che inventare il linguaggio, ne usa di già pronti, è un aguzzino del pensiero, se non riesce ad avere la squallida gloria del tiranno.



(Amorazzi)

da Devozioni,

V

 

Se lui ti trae nel suo sguardo d’onanista devoto

pago di naufragarti dentro un mare di chiome

ricordi, mai; semmai potrà venderti ex-voto,

rubati chissà dove, chissà a chi, chissà come.

 

Se tu lo legherai senza sottrarti al plagio

dolce, siccome leghi una tua ciocca al dito

vi accadrà di cullarvi tra il porto ed il naufragio

immemori, l’un l’altro, di un odore stupito.

 

E mentre il firmamento è un domino che brilla

e corrono i pianeti coi loro reggiborse,

inventerà stazioni di un alfabeto morse

battuto (abito arcano!) da un dito di sibilla.

 

Se dormi, appoggerà l’orecchio suo elegiaco

al cuore tuo che pulsa, al seno di polena:

fingendo il tacco a spillo di un piede di sirena

ausculterà pensoso il battito cardiaco.

 

Ma quando è lui che dorme (o fa finta di farlo)

e vuoi sentirgli il cuore, non rimanerci male

se s’ascolta la lagna ben poco musicale

di un tip tap vecchio stile sgambettato da un tarlo.



da Scherzucci,

Invettiva in istile Ottocento minore

 

Son peccatori che poi non fan male

tutti lì intenti a condannarsi e assolversi:

beati in un pediluvio universale

gli basta un semicupio per dissolversi.

 

Il pensiero del dì d’apocalissi

non li mette in turistico imbarazzo:

folli, van presagendo orrendi abissi

su un baratro che è alto un metro e un cazzo

 

ed invocando per secolo empio le

magnifiche sorti e regressive

sputan sentenze e pisciano invettive

su colonne di stampa (non di tempio).



(Trita provincia)

da Carcer,

 

Manlio si genuflette sul marmo freddo. Gli torna in mente la sua prima comunione, quando, al prete che gli tendeva l’ostia, aveva mormorato “grazie” invece che “amen”. Anche adesso, è un modo ben strano, il suo, di pregare: parlotta rivolto al lumino come a un pappagallo sul trespolo, compitando frasi sconnesse e facili da ripetere. E prova e riprova, senza risultato.

Si volge al crocefisso. Il crocefisso non parla (se forse potesse, si lagnerebbe dei tarli che gli banchettano a ufo dentro le viscere, a spese dei nostri peccati redenti). Sfiora con le dita i chiodi di legno conficcati nei piedi del cristo, dello stesso legno, il cui sguardo vitreo è attonito nello spasimo celeste, che secoli di occhiate di scolaresche e bigotti non son riusciti a logorare; il sangue cola copioso, in rivoli immobili, sul santo volto stantìo.

Sotto, fissata alla panca, c’è la cassetta di latta per le offerte ai fratelli sofferenti dell’altro emisfero e, accanto, un mazzetto di santini. Manlio se ne impadronisce e se li sfoglia con determinazione guardinga, come un giocatore di poker. Scarta i doppioni. Ne gira uno e legge la prece stampata sul dorso: a piè di pagina si promettono, alle solite condizioni, cent’anni di indulgenza. Se lo guarda: è Santa Lucina Vergine, che si erge su una tempera di catacombe, pietosa come solo i santini. Fruga in tasca, piglia il portafoglio di cuoio tangerino, estrae san Provino, patrono dei giovani attori, e san Demetrio (quest’ultimo, martire, è tutto stropicciato come il suo vicino di portafoglio, il santino di Lenin, ed ha un’orecchia che Manlio s’industria a far sparire, ripiegandola con le dita).

Controlla le diciture: San Provino e San Demetrio, cinquant’anni di indulgenza per uno.

Fa il cambio e s’intasca Santa Lucina, da cento.



da Strologo,

Ma all’oratorio, che l’ombra della cattedrale sovrasta, lanciano le palline sui tavoli verdi del calciobalilla e del ping pong, sul feltro antico del biliardo: le palle, massicce o minute, dure o cave, echeggian lungo campi e sponde, nella loro traiettoria, come lungo le navate della chiesa. Ogni po’ passa un prete in tonaca. Sa di dopobarba e ascelle di prete.

A volti gli scolari frignano, nelle risse dell’oratorio. Certi pianti si cancellan di botto, come quando la pallina del calciobalilla rimbalza sulla porta sguarnita e torna in campo senza chioccolar giù, per una lecca troppo forte. Degli altri pianti, però, non solo entrano in porta, ma vanno a nascondersi tra gli interstizi segreti del calciobalilla, non li tiri fuori più, nemmeno a calci, rimangon lì, rimangon lì.

Molti scolari sono imbattibili in qualche disciplina in cui altri fan peggio, o non fanno: vibrare il naso come il coniglio, nitrire, scoccar l’elastico, spegnersi la candela nel cavo umido del palato, biascicar fiammiferi accesi, piegare le falangi delle dita ad angolo retto; o far rimbalzare i sassi piatti e lisci nell’acqua – una, due, cinque, sette volte, a perdita d’occhio, fin dove si smussa l’orizzonte.

Invece i sassolini della mia inutile geomanzia affondano, affondano tutti; finché non è più possibile il computo.



da Compieta,

E certe suore, in combutta, gli avevano spifferato che, ogni volta, si accecava un angelo. E lui rifletté che c’era una probabilità, seppur minima, di beccare il Custode. E comunque, se non ci pensava lui, l’avrebbe fatto qualcun’altro, magari il suo compagno di banco.

Ci avrebbe dovuto pensare lui, poi, al suo angelo cieco. Sorrideva, incauto, pensando che – a rigor di statistica – dovremmo tutti essere guidati da angeli ciechi. Lui l’avrebbe portato in giro, come fanno i cani dei ciechi, a spasso per la città.

Questo quando ancora aveva fede nelle statistiche; e quando ancora credeva che esistessero, per lui, un angelo e una città.


 

 

Max Manfredi ha pubblicato qualche estratto dell’audiolibro di Trita Provincia sul suo canale Youtube, noi vogliamo proporre un estratto dal Capitolo III. Buon ascolto!

 

 

Max Manfredi, sulle scene da trent’anni, è cantautore, scrittore, uomo di teatro. Fabrizio De André, che ha voluto cantare una sua canzone nel disco “Max”, disse di lui: “è il migliore di tutti“. Secondo Roberto Vecchioni è “uno che non posso nemmeno limitare con il termine di cantautore“.
Max ha pubblicato sei dischi e quattro libri e vinto numerosissimi premi e targhe (fra cui una targa Tenco per il miglior disco dell’anno, “Luna persa”,  nel 2008)  ma più che tutto questo, a presentarlo  sono le sue canzoni. L’originalità indiscussa del suo linguaggio poetico e musicale lo ha reso oggetto di studi e tesi universitarie. Svolge la sua attività in Italia e all’estero.  Vive nel quartiere di Sturla, a Genova, città dov’è nato nel 1956. Gli estratti raccolti da Trita Provincia e da Amorazzi sono stati gentilmente concessi dalle case editrici Liberodiscrivere (per Trita Provincia) e Editrice Zona (per Amorazzi).
di Samuele D'Alterio
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