Antonio Ciavolino – Racconti in prospettiva

Oggi incontriamo un altro bell’artista delle nostre zone, Antonio Ciavolino, napoletano di nascita. Del sig. Ciavolino, che di mestiere fa il poeta ma si diletta anche a scrivere prose, abbiamo raccolto alcuni suoi racconti che abbiamo corredato con le nostre consuete domande. In questo modo speriamo di far luce sulla sua maniera di scrivere ma, soprattutto, di regalare a coloro che leggeranno qualche stralcio di buono e atavico godimento letterario. Buona lettura, e lasciate ancorarvi dalle nostre parole.


 

Esiste un lato oscuro nell’uomo?

Credo di sì e immagino si manifesti nella pupilla dell’occhio dell’uomo, specchio della sua anima.

Passiamo ad un argomento che ci riguarda entrambi. Oggi i social sono il più importante veicolo di diffusione artistica, una vetrina per chiunque. Quanto ha influenzato tutto questo la produzione letteraria odierna e, in particolare, la tua?

Da un punto di vista puramente bottegaio, cioè di mercato, penso che l’impatto della letteratura social sulle dinamiche proprie del business, sia minimo, sebbene favorisca piccole attività editoriali che, per altro, non sono sempre disinteressate, mentre considero la funzione di internet e della sua estensione social, molto importante quale veicolo di ampliamento, conoscenza, confronto quando non sfida e stimolo creativo.

Nel tuo modo di raccontare forse è più facile intuire quello che non viene detto che quello che narri. Sei d’accordo?

Assumo come un complimento questa tua asserzione. Quando un testo suggerisce più di quel che narra, ha pregio, del che te ne ringrazio.

Nei racconti che esponi c’è una compresenza di dettaglio narrativo e descrittivo. Allora per te è più importante raccontare una storia od evocare un’immagine?

Può darsi che la mia inclinazione alla poesia condizioni, per alcuni versi, la mia scrittura narrativa ma non trovo incompatibilità tra le due modalità, tutt’altro.

Concludiamo con una riflessione profonda e meditata. C’è un’epigrafe che metteresti sulla tua tomba?

Mi sovviene con un sorriso l’adagio delle mie terre che recita: << a pagare e a morire, c’è sempre tempo >>. Così, direi di lasciare ad ogni giorno le sue sollecitudini.


 

 

Mi piacciono i cavalli, di qualunque razza siano. Animali nobili sono e molto vicini all’uomo. Chi non ricorda quell’uomo chiamato cavallo, e quell’altro che ai cavalli sussurrava. Troia dalle cento torri, presa con un cavallo; Incitatus, cavallo dell’imperatore, che Caligola volle senatore e presente in aula, con tanto di toga, poiché, come diceva il divo, fra tanti somari poteva ben figurare un cavallo. Ricordo poi Bertoldo, che Cavallo chiamò il suo asino, tanto per darsi un tono all’uscita dalle osterie; ma la storia della sorella di quell’amico, cioè, conoscente, voglio dire, l’avrò visto un paio di volte, comunque, la storia della sorella di quell’intellettuale sedicente, oh… una storia molto triste.

Era la sorella di un letterato o d’un amante di letteratura che sbarcava il suo lunario occupandosi d’un forum d’ippica, per il quale scriveva recensioni, articoli, commenti su questo, quel brocco o purosangue che fosse.
La ragazza, poco più che ventenne, si chiamava Anna, ma la chiamavano Nina, anzi, Ni’. Anche lei avrò visto un paio di volte. Era bella, aveva negli occhi una luce singolare, inquietante. Frequentando le sale da corsa e gli ippodromi, prima col fratello poi da sola, incominciò a nutrire una passione molto intensa per i cavalli. Una passione che crebbe, crebbe fino a diventar smodata e che alla fine, amaramente, le risultò fatale.

Ecco, ora vorrei narrare con dovizia di particolari, caratterizzando con precisione le giuste ambientazioni, stagliando le personalità e le circostanze, i come, i quando, i dove, i perché. Mi limiterò a cambiar paragrafo e raccontare che Ni’ ebbe il suo cavallo, Stallionstar, con tanto di recinto e box, giacché ella viveva in una casa con una tenuta sufficientemente vasta da consentirle il capriccio. Ni’ lo aveva scelto bene, il suo animale. Era alto al garrese, snello e muscoloso, possente. La giovane trascorreva giornate intere con Essesse, come amava chiamare il cavallo; lo montava, cavalcava, lo sfiancava e poi lo strigliava, l’accudiva, gli parlava e lo baciava, ringraziandolo per le inebrianti sensazioni, le impagabili emozioni che le donava.
Ma quel che più le sconvolgeva i sensi, erano le formidabili erezioni di Stallionstar. Non starò a dire delle inclinazioni personali, né delle effusioni di Ni’, il sesso è una faccenda così privata. Quel che accadde una notte, come dice, ha un suo spessore tragico, tuttavia. S’era d’estate e il tempo minacciava temporali, quelle buriane estive che durano qualche poco, violente e passano. Ni’, preoccupata per il suo amato amico, presa da una viva agitazione, si coprì d’una vestaglia leggera e attraversato il fortunale, guadagnò l’ingresso del box di Essesse.
Stallionstar era vivace e Ni’ lo scorse subito, sfoderava un’asta inenarrabile. La donna si sentì mancare. Si sentì gonfiare, palpitare. Al contatto con la natura del cavallo, avvertì un’onda di piacere tanto intensa da scorrerle lungo le gambe, inondandola. Ancora si gonfiò quando pose la testa del cavallo fra i suoi seni cantalupe e decise, quella notte decise. Si scoprì e si mise prona fra le zampe posteriori della bestia. Fuori tempestava.
Quando prese con due mani il membro d’Essesse, mostruosamente turgido e strofinandolo al suo sesso e bagnandolo, lo forzava in sé, un fulmine irritò il cavallo ma fu il tuono a compiere l’evento. Il boato tonante terrorizzò il giovane roano che s’impennò sollevandosi sulle zampe posteriori. I lombi potenti dell’animale si abbassarono fin quasi a terra e Ni’ fu trapassata sul colpo. La ritrovarono il giorno appresso, in un lago di sangue, il ventre squarciato, le viscere che le pendevano tra le cosce e il cavallo, col muso chino come a carezzarle il volto, accanto a lei, quasi versando un pianto.
L’autopsia asserì che una vertebra infranta dalla forza dell’urto, s’era conficcata nel cuore della donna e Ni’ era spirata sul colpo. Le esequie furono organizzate in tutta fretta e l’accadimento messo a tacere. L’evento, si spiegò, era stata una sciagurata fatalità, un incidente di stalla. Stallionstar fu venduto a un maneggio. Alcuni raccontano che ancora oggi, durante i temporali estivi, Essesse nitrisca ossessivamente all’uragano e pare di sentir una voce umana che urli alla tempesta, Niiiiiiii’ Niiiiiiiii’.
Del fratello, che non vedo da allora, ho solo qualche scarsa notizia. Pare che sia stato visto, di quando in quando, bazzicare per l’ambiente, fra San Siro ed Agnano.

* * *

 

Zia Nerina

Mia zia Nerina, buonanima – che il Signore l’abbia in gloria – diceva… (Nerina, che nome romantico! I suoi genitori erano stimati professionisti e versatili intellettuali: pittori, scrittori, astronomi, vivevano in una vecchia villa alle falde del Vesuvio, ricca di fascinazioni talora inquietanti, come ogni villa avita. C’era un piccolo studio verandato, costruito sul lastrico solare e adibito tra l’altro a osservatorio astronomico. Era affollato di oggetti quali binocoli, cannocchiali, un telescopio grande e un altro più piccolo; quadri, téle, pennelli, cavalletti e tavolozze; squadre, compassi e tanto altro ancora. Per noi ragazzini, era meglio del Luna Park. Ebbene, mia zia Nerina (che nome romantico! Le sue sorelle e i suoi fratelli avevano nomi altrettanto altisonanti e deliziosi: Iride, Lidia, Amleto e l’ultimo, per onor di Patria, Italo).
Dunque, mia zia Nerina diceva, a proposito delle mode che orientano scelte e gusti collettivi:
< Vedrete. Vedrete. La Moda impone modelli e condiziona i popoli come una religione, così se domani qualcuno deciderà che sia di moda andare col sedere da fuori, tutti andranno col sedere da fuori, anche quei sederi che proprio non potrebbero permetterselo. Vedrete.>
Noi ragazzini ci davamo di gomito ridacchiando e in sintonia con la vena Orwellianamente profetica di Zia Nerina (… che nome romantico), i più grandicelli tra noi fantasticavano sull’atteso anno duemila. Affermavano che saremmo stati testimoni di eventi grandiosi e stupefacenti, in quel futuro nemmeno troppo anteriore: poi si ipotizzavano ad esempio, improbabili, scollacciate réclame per prodotti tabù o quasi, all’epoca. Allora s’inventavano slogan per la pubblicità di oggetti tipo preservativi o profilattici che dir si voglia, azzardando swinganti gingle tipo: < con hatù, si tromba di più! >, e giù lazzi e sghignazzi.

Ricordi di tempi andati, sebbene quelle previsioni, a onore della visione di mia zia dal nome romantico, siano divenute realtà, al giorno d’oggi.

* * *

 

Uru

Si chiamava Uru, che in lingua swahili significa Libertà. Veniva dalle dorate, dolci colline N’gong e andava in città, nella capitale, per avere un lavoro, un marito, crearsi una famiglia, avere dei figli. Era una donna semplice, Uru e coltivava ambizioni semplici.
In grazia di una buona presentazione e di alcune conoscenze in città che le avevano provveduto ottime credenziali, fu assunta come domestica presso una famiglia benestante del centro; per sé, trovò un alloggio alla periferia di Nairobi, in una casetta a schiera uguale a decina di altre disposte in fila, con un portico, il vialetto d’ingresso, un piccolo prato antistante la casa. Il giorno successivo al suo insediamento nella nuova abitazione, dopo le cure del trasloco, che risultano essere sfibranti a tutte le latitudini, nel mentre assaporava una pausa di meritato riposo serotino, Uru notò una donna, sua vicina di casa, dai capelli tanto biondi come mai aveva visti prima e la pelle bruciata dal sole del Kenya, rossa come un melograno e con un fucile tra le mani. Le era venuto da ridere e da pensare, ma accantonò l’idea in virtù di una educazione mentale che riteneva sconveniente, quando non dannoso, indulgere nei pensieri.
Per un gradito, cospicuo aumento, accettò di fermarsi al lavoro fino a notte inoltrata per accudire la dimora in cui prestava servizio e attendere il rientro di tutti i componenti della famiglia. Al suo ritorno a casa, talvolta a notte alta, Uru scorgeva sempre la sua vicina seduta sotto il portico a fumare, bere birra e ben armata di fucile. Quella donna straniera, biondissima, tutta un eritema, abbrustolita e spellata come un pomodoro, assorta sotto il portico, da sola a fumare e bere, con il suo fucile sempre accanto, disorientava Uru.
Passarono molte notti d’Africa, calde e morbide come coltri d’autunno ma la donna chiara col viso, le spalle e il petto torturati da un sole per lei inconsueto, sovente trascorreva l’intera notte seduta sotto il portico, assorta a bere, a fumare e con l’immancabile arma con lei. Una notte di fine settembre, ritornando a casa dal lavoro più tardi che mai, Uru la vide ancora una volta nelle solite circostanze. Le venne da sorridere e pensò di nuovo. Questa volta non accantonò la sua idea ma la fece scorrere e soltanto la osservò, come le aveva insegnato sua nonna di origini Yoruba. Pensò che la sua vicina forestiera non fosse più bizzarra o stravagante di tante altre persone che vanno cercando quel che vorrebbero trovare, in ogni dove e in ogni altrove possibili, tranne che nel posto dove dovrebbe essere quel che cercano, a casa loro cioè.
Il pensiero le balenò chiaro, non solo accennato come la volta precedente e Uru l’accettò completamente, senza alcun pregiudizio, semplicemente: era pazza. Quella sua vicina bionda, dalla pelle bianchissima e martirizzata dal sole, seduta attonita sotto il portico, sola di notte, a fumare e bere birra, con l’unica compagnia del suo fucile, decise, era pazza e da quel momento smise di meravigliarsi, considerando definitivamente risolta la questione. Era una donna semplice, Uru.

* * *

 

Vaticinio Breve

Lo stormo d’innumerevoli uccelli virò d’improvviso verso oriente e per un riflesso della luce sui piumaggi, parve d’argento.
Gli àuguri trassero i loro presagi e i litomanti osservarono le pietre; gli aruspici, le mani inondate dal sangue, scrutarono le viscere del sacrificio mentre oltre, amanti romantici, metereomanti divinavano le nuvole.

 

 

-=oOo=-

di Samuele D'Alterio

 

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