Nel sale che abbandono. Salvatore Leone: cinque poesie e cinque domande all’autore

L’incontro con i versi di Salvatore Leone è stato uno specchio. Specchio di cose mai state, di vite possibili e gemelle che non ho mai praticato. Ospitarlo qui, fare nuova Cartagine col sale del suo abbandono, è un gesto doveroso nei confronti della poesia – cosiddetta – minore del nostro Paese.

N.B. Per comodità abbiamo scelto di utilizzare M.T. e S.L., al posto di riportare, a ogni domanda e risposta, i nostri nomi per esteso.



M.T:
Ammetti di credere all’urlo della vergine/ che non lascia scampo ai possidenti. Qui la domanda è d’obbligo: chi sono coloro che possiedono, qui? E come mai l’urlo della vergine, della vergine e non del santo, non del redentore, li colpisce?

S.L: Penso all’uomo avido, al fallimento della carne e di tutte le carni, al masculine Padre padrone di ogni creato, pertanto credo, mi affido all’urlo della Vergine, un vaso dove è stato riposto il Nulla, l’infinito, la bellezza, il mare che non va confidato, il fuoco che abbiamo chiamato in ogni modo, malamente detto, forzato, consumato, seviziato. Penso al fallimento delle mani prima di tutto, all’ossessione di definire qualcosa che non apparterrà mai a nessun uomo, oppure alla meraviglia della loro forza mentre ti afferrano. Qui il dolore per la morte di ogni figlio. Credo nella bellezza, che possa divenire un caso, da buoni inconsapevoli, idioti ignoranti, oppure dovrei sapere dei bruti e santi prestigiatori. I santi? Penso ancora all’uomo avido per mera definizione. Il redentore si accascia e muore ogni volta che pronunciamo il suo nome, esiste un tempo breve in cui ne gorgoglia il sangue, per il resto siamo pose da pietà in marmo. Si muore di cosalizzazione hegeliana, così anche il Cristo, tanto per usare un nome di fantasia, e risorto per cosalizzazione della stessa morte. Da sfizio metaforico, non è morto per i nostri peccati, ma per dannazione della cosa, come idea o pensiero che muore nel divenire pietra. I possidenti? Siamo tutti Erode, sono quelli che chiamano i figli con il proprio nome, che espropriano le terre dei frutti più dolci, sono quelli che sciolgono i cani dove abbiamo mosso i primi passi.

M.T: Cavare sangue dalla pietra è quanto di più antico la poesia possa rivelare. La pietra, cosa prima, cosa antecedente e primigenia, puo’ sanguinare. Solo la poesia sa vedere quel sangue, solo la poesia ha il coraggio di penetrare la roccia fino alla sua vena. Ecco la domanda, Salvatore: dove sgorgherà, poi, il sangue cavato dalla pietra?

S.L: Credo nella pietra che nasconde un tesoro placentare, a volte ferma, altre volte sfugge a risacca, scivola, a volte madre, altre volte è Maddalena. Penso all’uomo avido, alla sua incapacità di cavarne sangue, al suo modo di palparla, ossesso di appropriazioni. Non ci è dato sapere dove, ho visto pietre sanguinare, ma credo sia accaduto per sbaglio. Uno sbaglio, il più sacro. Come la poesia, un errore, un magnifico difetto, un particolare della bocca, un incidente del petto. Quel temporale che non aspetti. Penso all’uomo avido che non si è accontentato della luce, di bagnarsi in essa, l’ha smontata per capire com’è fatta, l’ha scomposta in sette più due, per detenerla nelle sue parti. Delle convergenze, adesso ditemi, rimangono bagliori di guerra o d’amore?

M.T: E non vi sono platee/ sguardi obliqui di cane. Di solito a essere obliqui sono l’angelo e la pioggia. Qui, invece, il cane. Le platee sono quel che resta delle mani aperte, lo stupore di fronte al nulla. Il nulla ha misura? O cade nell’esmeseuranza, nell’avanzare ingordo delle cose che sono e che si fanno più grandi di quello spazio imprescindibile di non esistenza?

S.L: Penso al poeta che riluce in platee completamente vuote, braccia aperte davanti al Nulla, quasi ad accoglierlo come l’amante, e allo sguardo obliquo della bestia, non dell’angelo o della pioggia, ma della bestia, sai quel fremito nel rimanere nudi e incompresi. Penso ancora all’uomo avido che immagina il Nulla come fosse una cosa, ma in quanto nulla non può esistere, se non simulato, artefatto. Penso all’uomo avido che ha fallito per ben due volte, nel suo essere prima, nel suo non-essere dopo. Ad esmeseuranza.

M.T: Parli della doglianza di pietre, dove questa ti appartiene. Ancora la pietra, ancora la pietra che perde il sangue e guadagna il dolore. Com’è fatto il dolore della pietra? quanto questo scortica, devasta, azzanna?

S.L: La doglianza di pietre? Penso all’uomo avido che ha violato ogni principio, incidendo sulla pietra il comandamento, abusandola, alla creatura messa al mondo da un antico stupro. La pietra scalfisce, lapida, è testimone di morte, ti scardina il petto. A toccarla, io non so toccarla, il dolore è non comprenderla, il flagello dell’uomo è a risacca. Siamo tutti Erode, oppure il Decollato. Se mai dovesse appartenermi, non ne avrei coscienza.

M.T: Ultima e sempriterna domanda: cosa c’è di lirico al di fuori del de-lirico?

S.L: Di lirico, al di fuori dei mali saputi: vizio, gelosia, pazzia, malattia, dell’amore spifferato dai curiosi, interpretato e maledetto, rimane la speranza detenuta in alcuni vasi. Di lirico, al di fuori della pazzia, mi sono detto: meno male che non ho parlato.


AGATA

Anche il mio petto è devastato
dove stringo i morsi, allevo
una piccola iena. L’ho cresciuta.
Ho capezzoli che non servono a nessuno
inutili rose, le disubbidienti.
Nelle acque dolci e illibate
sono figlio esangue ai seni di Agata,
mi ha cresciuto così, pallido, silenzioso
randagio dal manto bianco.
Non credo nei santi, forse all’urlo della vergine
che non lascia eredi ai possidenti.
Non conosco le origini del mio pudore,
è un gesto immediato allo specchio
coprirmi.

 

2 AGOSTO  2017

Ti ho perduto
nel grido d’acqua
un’eco fredda che ritorna
a bagnarmi le tempie

Di tutte le pietre
a risacca, sbattute
come prostitute di mare,
mi invaghisco della pietra
grigia e ferma
dimenticata in un giorno di sole agitato.
Di tutte, ne prendo una, la bacio
giuro di cavarne sangue.

 

NON SONO FEMMINA

Grazie a Dio
non sono femmina,
ho avuto tutto, le ingiurie
di essere un pezzo di fuoco
rubato a Giove.
Per misericordia, sono stato
allacciato a monte,
dove l’aquila grande mi pizzicava
il fegato. E della femmina
affidata alle vostre braccia e cosce
sono il malaugurio, ventre scoperchiato
a mani unte di saliva e oro.
Non ebbi scampo
sono scalzo per devozione,
strana abitudine d’uomo, fierezza.
Dei capelli che sciolgo con mano, invece,
ho l’inquietudine della conchiglia, un grido
a labbra chiuse, doglianza di pietre
nascoste alla bocca dell’alma.
A Nessuno verrà in mente di cercarmi
all’inferno, di baciare la fronte ai figli
che dormono a luci spente,
dove a toccarmi, siete caduti
in disgrazia.
Grazie a Dio, non sono femmina
io ve la nascondo, io vi sorrido
per finta.

 

MONOLOGO

Neanche la notte è caduta reciproca
al giorno, terra che si avvalga di piogge
nei monologhi d’ossa e fronte bassa
di chi parla da solo con l’incarnato smunto
delle bocche, raffinata anemia di chi gesticola
storie di vento, quando le mani rimangono
aperte, e non vi sono platee
sguardi obliqui di cane. È nella brezza
e nel sale che abbandono l’ultimo canto
di vedova bianca abbracciata
a una schiena di mare.

MARE BIANCO

Non abbiamo nulla di cui pentirci
testa bianca, la deriva delle braccia
non è luogo di perdizione
dove ho baciato il tuo sangue,
neve perfetta alla bocca
e tempia poggiata nell’acqua
lo stento di un respiro ingoiato di lato.
Non abbiamo terreferme a incolpare
non ci siamo mai persi, ti ho chiamato
dove a nessuno è venuto in mente
di cercare pietre ferme, una carcassa di manta.
Per quanto abbia smarrito l’orizzonte
so dove trovarti, in balia di lune spogliate
e non mi chiedo, non me lo chiedo
dove io sia andato a finire.


Salvatore Leone è nato in Sicilia nel 1971. Dal 2012 raccoglie i suoi testi inediti sul blog Il vizio dell’aria, poesia a ritroso.

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