Noemi De Lisi – Come caviale

Ecco a voi, signori e signori, la scrittrice Noemi De Lisi!
Oggi ospiteremo “l’incipit” di un racconto dal nome “Come caviale” che ad oggi non vede ancora la luce, ma che speriamo presto possa essere interamente pubblicato. Ma prima di entrare nel mondo che ci descrive, fatto di bambini e colazioni, vogliamo farle prima qualche domanda e cercare di avvicinarci quanto più possibile alla sua immaginazione, al suo pensare. Ci riusciremo? Ci proviamo e vi auguriamo una buona lettura.


 

1. Intanto cominciamo col ringraziarti per essere qui e cominciamo con le domande. La prima che mi viene in mente è: la figura della mamma, come forse nel racconto, appare molto lontana quando si è piccoli, presente ma indecifrabile. Confermi?

Ringrazio te per avermi ospitata in questo spazio e per l’attenzione che hai messo nella lettura!
Quando si è bambini, la figura della madre è fondamentale perché rappresenta tutto il nostro mondo. Viviamo con la madre (o comunque, con chi ne fa le veci) una specie di simbiosi. Crescendo, la madre non perde la sua importanza (una sorta di base identitaria con la quale ci confrontiamo in similitudine o in antitesi per formarci come persone) ma ai nostri occhi vengono disvelati certi caratteri e aspetti che non potevamo cogliere prima. Da bambini la madre è qualcosa che ha a che fare molto con l’immaginazione e l’universalità; da adulti, la sua figura diventa più umana e quindi più presente nella nostra nuova percezione. La madre diventa una nostra pari, non più una figura idealizzata, incomprensibile, che ci trascende -nonostante ci tenga continuamente in braccio-.
Nella finzione letteraria, in questo caso nell’incipit di questo racconto, il discorso viene espresso tramite certe scelte di scrittura. La madre è presente fin dalla prima scena, quando il bambino (o ragazzino dato che ha 12 anni) si sveglia. E sarà continuamente accennata durante il proseguire della storia ma mai descritta, presentata o problematizzata al lettore. In questo caso, la madre è un carattere genetico del protagonista; la sua presenza è tangibile anche quando non è in scena. Quello che ricorda, pensa o fa il protagonista si basa involontariamente sulla vita della madre. È un’eredità imposta che solo quando crescerà sarà in grado di comprenderla.

2. La dolcezza del bambino, che sta iniziando a capire che la sua ingenuità non viene largamente accettata, sembra essere la salsa di questo incipit di racconto. Come mai raffigurare proprio questo momento della vita di un essere umano?

La preadolescenza è un’età che mi è capitato di trattare più volte nei racconti. È un’età che mi è cara, quella mia è piena di ricordi (ad esempio, ricordo più nitidamente cosa facevo dagli 11 ai 13 anni che non dai 20 ai 23 anni). Ognuno scrive della materia che ha dentro, ogni materia è personale e costituisce il proprio immaginario. Il mio, per buona parte, è animato da ragazzini di fronte allo sgomento della crescita. A quell’età (l’età da scuola media, per intenderci) si è troppo grandi per essere accostati ai bambini ma troppo piccoli per essere accostati agli adolescenti veri e propri. È un’età di mostruosità sia fisiche (il corpo cambia velocemente), che emotive (i primi invaghimenti, gli impulsi sessuali); ma il carattere di mostruosità ha comunque l’accezione delle favole, del fantastico, del fuori dalla norma.
Il protagonista si offre totalmente, il lettore entra dentro il suo mondo fatto di bizzarrie e ingenuità. Nonostante il suo darsi intimamente e segretamente al lettore, comunica anche i primi disagi verso l’altro. Queste saranno solo le prime difficoltà che incontrerà durante la crescita: comincia a capire come lui sia la sintesi di una doppia vita, una vita privata fatta di tutti quei suoi pensieri eccentrici e una vita pubblica che deve essere necessariamente diversa. Rendersi conto che la propria intimità non può coincidere con il luogo pubblico è uno dei primi passi verso l’età adulta. Per fortuna il protagonista di questo racconto non crescerà mai dato che smette di esistere non appena si arriva al punto dell’ultima parola.

3. Il rapporto che si instaura tra i due fratelli è un rapporto speciale, estremamente sentimentale, forse proprio perché totalmente ingenuo. Quanto c’è di loro nel piccolo bambino che alberga nel tuo io, quando hai voluto scrivere questo racconto?

Il rapporto morboso con il fratello minore è quello a cui si appiglia il protagonista per risolvere quella contraddizione fra pubblico e privato di cui parlavo prima, fra il dentro di sé e il fuori da sé. Il fratello rappresenta l’Altro senza il carattere dell’estraneità come possono esserlo i suoi compagni di classe. Neanche la madre può rappresentare l’Altro in questi termini perché allontanata dal gap generazionale. Invece i due fratelli, togliendosi solo un anno, è come se fossero l’uno la parte dell’altro: si completano, si sostengono, si amano.
Il bambino dentro di me viene fuori spesso. Fino a ieri cantavo sotto la doccia le canzoni di Cistina D’Avena, adoro i giocattoli, i videogames, i peluches, gli Happy Meal. Di base, credo di essere una persona abbastanza infantile, sarà per questo che il mio immaginario è abitato da ragazzini.

4. La serenità della quotidianità. Riprendendo una delle ultime frasi del tuo racconto: “Continuammo a camminare e per strada c’erano le stesse cose nello stesso punto. Pensavo che era bello così però non lo dicevo a nessuno.”
Allora viene spontaneo chiedersi: che cosa si sta lasciando alle spalle quel bambino che in questo momento vive della sua quotidianità?

Il protagonista ama la ripetitività del quotidiano, lo conforta, lo tranquillizza. Quindi andando avanti per la sua strada, sa dove va e sa cosa lascia perché tutto gli è familiare. Peccato che poi proseguendo nel racconto lo strapazzerò un po’ e farò accadere un paio di cose che turberanno questa serenità della quotidianità.

5. Sembra strano voler raffigurare un mondo come questo, dominato dall’infanzia e dalle cose spontanee, dalla prospettiva d’un adulto – anagraficamente parlando – che di infanzia ha solo il ricordo. Allora questo mondo lontano, senza crisi, debiti, ansie e fantasmi della mente, rappresenta tutto quello che la società di oggi ha perduto, o quello che ogni uomo è destinato prima o poi a veder scomparire?

Non è perduto finché ne mantieni il ricordo. Quel mondo che descrivi tu non mi è lontano perché è vivido in me. Di recente mi sono domandata: ma quando è cambiato tutto? Quando è stato l’attimo preciso in cui ho smesso di guardare per ore i cartoni animati di pomeriggio, e invece cominciare a tormentarmi sui soldi, sulle aspettative della mia famiglia, sull’orologio biologico che avanza (soprattutto per noi donne)? In realtà sono tutte costruzioni, ci piace (chissà perché) crogiolarci nel masochismo paranoide (è la nostra comfort zone da adulti). Se ci pensi, cosa mi impedirebbe anche oggi di fermare tutto e mettermi a guardare i cartoni animati il pomeriggio? Oppure mettermi a giocare con i Lego o a nascondino? Non sarebbe lo stesso, è vero, ma bisogna credere di poterlo fare. Non possiamo aver perduto qualcosa che abbiamo vissuto così intensamente e che ricordiamo. Per quanto mi riguarda, l’unico modo di tornare all’infanzia in modo vero scevro dalle nostalgie dettate dall’età adulta è scrivere, scrivere, scrivere.


 

Come caviale

Non lo so dire quando per la prima volta l’avevo chiamato così. Mi era venuto come uno starnuto. Solo che invece di dire: «Etciù», avevo detto: «Figli» ed era stato questo il suo nome per me. “Figli” perché lui era figlio dei suoi genitori che erano anche i miei; “Figli” perché era magro come una i e perché non poteva essere uno solo: aveva due occhi, due orecchie, due narici, mille denti, due braccia, due gambe, mille dita. Avevo dormito nel suo letto anche se nostra madre non voleva. Mi diceva: «Guai a te se ti metti nel letto di tuo fratello, che poi non lo fai dormire». Invece, lui dormiva lo stesso bene anche se c’ero io e qualche volta russava. Scesi dal letto di Figli e mi infilai nel mio: “Presto, presto, prima di essere scoperto”, pensai. Mi agitai tutto per stropicciare il coprimaterasso, presi a calci il lenzuolo e a pugni il cuscino. Nostra madre ci chiamò dalla cucina: «La scuola!». Aprii gli occhi dato che prima li avevo chiusi per fare finta di dormire: «Ohu… pssst», feci a Figli, «Uhm…», fece lui. Scesi dal letto, mi inginocchiai accanto al suo. Lui stava girato su un fianco, senza muoversi. Aveva i capelli «Biondo cenere» come diceva nostra madre tutta orgogliosa, e una sola ciocca bianchissima sulla nuca: «Come un vecchio», dicevo io. Gli diedi un pizzicotto sulla spalla e dissi:
«Chicchirichì. Avevo dato un pizzicotto a mio fratello ma lui non si muoveva. Chicchirichì.»
«Smettila!»
Figli mi diede uno schiaffo sulla mano senza girarsi. Poi si mise a sedere sul letto tutto gobbo, si strofinò gli occhi e mi guardò arrabbiato: aveva i capelli scombinati, corti sulla testa, lunghi sul collo, e gli occhi arrossati. A me piaceva pensare al passato le cose mentre le stavo facendo. Se camminavo per strada, pensavo: “Avevo camminato per strada…”; se mentre camminavo vedevo un gatto, pensavo: “Avevo visto un gatto, avevo pestato un piede per terra e avevo ringhiato”. Tutto nello stesso momento mentre lo facevo; proprio nello stesso momento che pestavo per terra il piede, già pensavo: “Avevo pestato il piede”. Figli non sopportava quando lo facevo. Lo facevo ad alta voce solo con lui. Gli raccontavo le cose mentre capitavano, anche se mi diceva sempre: «Sei un pazzo». Mi alzai dal pavimento, sulle ginocchia avevo due bolle rosse. A maggio c’era già troppo caldo per tenere ancora il pigiama lungo, volevo subito quello corto. Figli, invece, continuava a mettere quello lungo finché nostra madre non lo rimproverava e non gli diceva: «Ma che hai il sangue morto?». Anche se la scuola finiva il 6 giugno, tutti gli altri compagni già cominciavano a ritirarsi; eravamo rimasti in pochi e io e Figli, quel giorno, avevamo deciso di andarci per l’ultima volta. A me piaceva andare a scuola, così quando mi alzavo non dovevo sistemare il letto. Nostra madre ce lo aveva insegnato, diceva che non gliene fregava niente che eravamo maschi, che anzi era giusto sapere come si sistema il letto, che le nostre mogli sarebbero state contente e che lei era stata sfortunata a non avere avuto una femmina. «È tardi!», urlò nostra madre. Allora io andai in bagno e Figli in cucina a fare colazione, poi ci saremmo scambiati. Nostra madre ci aveva insegnato così per sbrigarci la mattina. Figli andava in cucina per primo, mentre io andavo in bagno a prendermi a schiaffi con l’acqua fredda, perché come diceva nostra madre: «Solo la gente lurida si lava con l’acqua calda». Figli era il più piccolo, era il “nostro bambino”, quindi era giusto che andasse lui per primo in cucina a riempirsi la pancia tutto calmo. Ci toglievamo un anno: io ne avevo 13 e lui 12.
«Dai, tocca a te», dissi a Figli entrando in cucina e indicai il bagno con il pollice. Mi avvicinai al tavolo, Figli si alzò, mi passò accanto: era più basso di me di tre centimetri; gli guardai la testa mentre passava e avrei voluto mordicchiargli i capelli, lasciarglieli tutti umidi di saliva come facevo certe volte quando mi infilavo nel suo letto. Mi sedetti dove prima c’era stato lui e mangiai sulla tovaglietta di plastica blu, piena di briciole e gocce di latte. Nostra madre guardava la televisione e anche se non parlavo ogni tanto faceva: «Shhh!» con la fronte tutta stropicciata. Poi disse: «Non ti scordare i panini». Guardai i panini avvolti nei tovaglioli rosa macchiati di marmellata: uno per me e uno per Figli. Avevo la nausea per quei panini secchi con la marmellata di fragole tutta grumosa; quando lo dicevo a Figli, mi rispondeva: «E che vuoi? Sempre che ti lamenti…»
Finii di fare colazione, mi alzai, presi i panini dal tavolo e tornai nella nostra stanza. Figli era vestito solo a metà: aveva i soliti vecchi jeans con i bordi di sotto strappati perché quando camminava gli andavano a finire sotto le scarpe, e il petto nudo. Era magro e bianchissimo. Quando lo vedevo nudo, la sua ciocca di capelli non sembrava più presa e appiccicata da un’altra testa, sembrava proprio la sua. Figli sarebbe dovuto andare in giro sempre nudo. Sarebbe dovuto andare a scuola nudo e andare a comprare il pane nudo, così tutti lo avrebbero visto, e gli avrebbero fissato i capezzoli per vedere come diventano trasparenti, e si sarebbero morsi le dita per paura di toccarli. Misi il panino dentro l’ultima tasca dello zaino, insieme alla bottiglietta d’acqua e lasciai quello di Figli sulla scrivania:
«Tieni, non te lo dimenticare.»
«No.»
«Mio fratello aveva indossato la maglietta verde pistacchio.»
«Smettila, pazzo.»
Figli sorrise prima di mettere la maglietta sulla testa ma quando sbucò fuori dal collo era di nuovo serio. Io misi i jeans larghissimi con le tasche grandi di lato e la canottiera bianca e gialla con le scritte rosse. Sembrava una di quelle canottiere che si usano per il basket, infatti a toccarla era di un materiale strano, tutto pieno di buchini. Me l’aveva data la vicina di casa perché a suo figlio non veniva più bene. Certe volte quando tornavamo da scuola, nostra madre ci faceva vedere dei sacchi pieni di vestiti: «Ce li ha portati la signora della porta accanto», ci diceva tutta sorridente. Poi si metteva seduta e cominciava a tirare fuori i vestiti uno a uno, a girarseli fra le mani, a strofinarsi i maglioni sotto il mento per vedere se pungevano.
A scuola ci andavamo a piedi perché tanto era vicina. Quando Figli andava in prima e io in seconda, gli prendevo la mano per attraversare: “Il mio coniglietto spellato”, pensavo. Adesso, invece, non si faceva più prendere la mano e mi dava pure le gomitate quando lo tenevo per un braccio. Per strada c’erano sempre le stesse cose nello stesso punto. Passavamo davanti al panificio: c’era sempre lo stesso odore di treccine con lo zucchero e lo stesso calore davanti all’entrata. Ogni volta che ci passavo guardavo i pacchi di grissini messi in fila sul bancone, erano grossi, storti, pieni di cimino; dicevo a Figli: «Vuoi i grissini?» ma lui rispondeva sempre di no oppure scuoteva solo la testa. Poi passavamo davanti alla proprietà privata col cane dietro il cancello. Il cane veniva sempre ad abbaiare quando passavamo; lo chiamavo “Brutta scimmia”, era grosso e peloso, liscio e castano. Metteva le due zampe contro le sbarre del cancello e abbaiava. A Figli non piaceva quel cane e rideva quando lo chiamavo “brutta scimmia”. Quella mattina, quando cominciò ad abbaiare, prima gli ringhiai contro e poi con la coda dell’occhio vidi Figli che si teneva una mano sulla bocca e aveva gli occhi stretti come un cinese rugoso. Poi, presi il panino con la marmellata che avevo nello zaino, lo scartai dal tovagliolo, lo aprii, ci sputai dentro: «Ma che fai?», disse Figli, richiusi il panino e lo lanciai oltre il cancello: «Mangia la mia saliva, brutta scimmia!». Figli mi guardò con la bocca aperta e anche gli occhi erano aperti:
«E ora come fai?»
«Shhh…»
«Stai digiuno?»
«Tanto non lo volevo…»
Figli mi guardò tutto serio, aveva gli occhi chiari, strani: erano blu, azzurri, grigi, verdi, gialli; erano sempre diversi e certe volte, a fissarli, mi spaventavo. Si tolse lo zaino, lo posò a terra, s’inginocchiò e aprì l’ultima tasca in basso: «Mio fratello aveva preso il panino con la marmellata, me lo aveva offerto ma io avevo detto di no. Mi aveva guardato arrabbiato, mi aveva detto di fare a metà ma io avevo detto di no. Mio fratello mi aveva detto “Pazzo” e aveva lanciato il panino oltre il cancello». Dopo aver fatto volare il panino, Figli rimase immobile e allora io smisi di raccontare ad alta voce. «Sei scemo», gli dissi, «Ora che mangi a ricreazione?» e avrei voluto mettergli un braccio sulle spalle, dirgli: “Non ti preoccupare coniglietto spellato, ora ti compro qualcosa da mangiare… cosa vuoi?”, e dargli un bacio sulla fronte come faceva sempre nostra madre per vedere se avevamo la febbre. Continuammo a camminare e per strada c’erano le stesse cose nello stesso punto. Pensavo che era bello così però non lo dicevo a nessuno. Era una cosa cretina pensare che le cose uguali sono belle.

di Samuele D'Alterio e Noemi De Lisi
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