Pareti ansiose. Federica M. Corpina: cinque poesie e cinque domande all’autrice

I versi di Federica Corpina sono di una grazia terribile e temeraria. Materia quotidiana, stanza che strazia, Ulisse che cuce il proprio rosario. È un piacere, per noi, ospitare le sue parole, dai canti alle suppliche.

N.B. Per comodità abbiamo scelto di utilizzare M.T. e F.C., al posto di riportare, a ogni domanda e risposta, i nostri nomi per esteso.


M.T. Per iniziare, parliamo del tempo. Scrivi: “così in odio la luce/ e l’attesa di essere sola/ per mangiarmi le viscere”. Il tempo, nell’arco della vita, nel nervo della lirica, si incontra e scontra più volte con la carne. In questi versi, l’attesa di essere sola ha un fine: in quella solitudine, infatti, potrai mangiare le tue viscere, la tua carne. Cos’è meglio, a tuo avviso? lasciare che il tempo incontri la carne (le rughe conquistate di cui parlava la Merini) o che tra questi ci sia una separazione insanabile?

F.C. Il tempo è la distanza tra me e la mia carne, tra il dente e le viscere; la sabbia rimasta per poter cambiare idea e salvarsi, un respiro prima di distruggermi. È vero: la solitudine è condizione necessaria per attuare il piano di vendetta – che, in fondo, poi, è solo la scusa per cedere al buio – necessaria, ma non sufficiente. A patto, però, che l’incontro col tempo non sia quello del vomere di un anonimo aratro che solca un terreno sterile; a condizione che la conquista delle rughe non sia il frutto del suo estraneo passare avanti e indietro su un campo, ma più il segno di un’ustione. Non a caso la mia raccolta reca il titolo “Per fuoco non per tempo”: “Memento, homo, quiapulvis es, et in pulveremreverteris” (Vulgata della Bibbia, v. 19 cap. 3 Genesi); ma non c’è un solo modo per incenerire. Ciò non vuol dire che ci sia una dicotomia tra mente e corpo, né che vi sia una fusione; ma, sebbene la vita lotti instancabilmente per sé stessa, una scelta può decidere l’esito della guerra o firmare le condizioni di pace. Inevitabilmente accettandole.

 

M.T. Il tuo ulisse è minuscolo. Ma Ulisse è prima di tutto Odisseo, Outis, Nessuno. Allora devo chiederti: ulisse che ha finalmente, nei tuoi versi, trovato il coraggio di essere minuscolo, che posizione assume? Ovvero: all’albero è crocifisso o genuflesso?

F.C. E’ un ulisse minuscolo perché fondamentalmente non libero, un intellettuale che non accetta nella sua totalità il dono della sirena, come farà invece Rosario la Ciura nel racconto “Lighea” di G. Tomasi di Lampedusa. Non è coraggio il suo: ci è costretto a quel palo, crocifisso, perché chiedendo di essere privato della libertà ha decretato la sua condanna, la sua schiavitù. Chi si fa schiavo di sé stesso si rende vulnerabile anche alle catene degli altri: la crocifissione è fisica ed esemplare; la genuflessione è il piegarsi del suo io, ormai minuscolo, in un atto di autoumiliazione e vergogna.

 

M.T.  Il mare non è lontano abbastanza. Qual è la giusta distanza dal mare? Soprattutto, cos’è il mare, cosa trattiene l’acqua che annunci nel verso?

F.C.  Non c’è distanza possibile dal mare, non per me che ho vissuto per 19 anni vedendoci affondare il sole ogni sera: non resta asciutto lui, figuriamoci il mio piede sulla sabbia. E se non può sfuggirgli il sole non posso farlo neanch’io, che non corro più veloce dei raggi e non sono più leggera dell’aria. Non nego di aver tentato di allontanarlo, di aver voluto respingerlo; un po’ come si pretende di negare il grembo materno quando ci si convince che per spiegare le ali non si può fare ritorno al nido. L’albero non cresce se gli si tagliano le radici: è con queste che si aggrappa alla terra; è respirando il mare che mi aggrappo alla vita. Mi sono ferita nel tentativo di recidere le mie onde, di restare asciutta, di portarmi lontano abbastanza dal mare: vuoi perché a volte è freddo, perché mi sgrida o mi scaraventa contro gli scogli, arrabbiato e solo apparentemente impietoso. Ma per quanto possa darmi fastidio o risultare ingombrante, il suo sale mi resta addosso.

 

M.T. L’avvoltoio dilania in eterno altra intelligenza audace. Qui è Prometeo, qui il tentativo del fuoco: ma Prometeo, in fondo, è così necessario agli uomini? Il suo furto ha scardinato un ordine, un’armonia, e ha dato luce alle cose basse. Ecco, allora: cosa vale la pena bruciare? cosa vale la pena sapere?

F.C.  “Legò Prometeo dai vari pensieri con inestricabili lacci, / con legami dolorosi, che a mezzo di una colonna poi avvolse, / e sopra gli avventò un’aquila, ampia d’ali che il fegato / gli mangiasse immortale, che ricresceva altrettanto / la notte quanto nel giorno gli aveva mangiato l’uccello dalle grandi ali” (Esiodo, “Teogonia”, vv. 521-525). Per volere di Zeus, un’aquila (un avvoltoio in altre tradizioni, anche iconografiche) divora in eterno il fegato del Titano, colpevole di aver restituito alla specie umana il fuoco, simbolo del potere della conoscenza, un fuoco “tecnico”, che non è più immortale perché nato da un seme e quindi soggetto al tempo; un fuoco che muore, sul quale bisogna vegliare per evitare che si spenga, un dono per cui darsi da fare. Non è un taglio netto con la divinità, il riscatto dell’autonomia; perché se il “darsi da fare” diventa un “dover darsi sempre più da fare”, l’uomo non è in grado, da solo, di ricordarsi della possibilità di scottarsi e di sottrarsi al proprio consumo. Non me la sento di sentenziare sulla necessità di Prometeo, su quanto valga la pena sapere, perché talvolta sento, innegabile, il bisogno di non sapere nulla, di tornare a me stessa e basta, a prima del fuoco e del furto. Altre volte, invece, vorrei bruciare tutto per paura di non infiammare abbastanza: anche le mie poesie, se dovessero eludere l’autocombustione. Forse, però, ha già risposto Jean Cocteau: “Si le feubrûlait ma maison, qu’emporterais-je? J’aimeraisemporter le feu…”

 

M.T.  Domanda secca come il grano di cui scrivi: cosa c’è di lirico al di fuori del de-lirico?

F.C.  Mi chiedo piuttosto cosa possa esserci di non-lirico. Se si parla di poesia, si parla di lirismo: è un sillogismo oserei dire inattaccabile, in stretta dipendenza con un altro binomio altrettanto solido, quello tra la poesia e l’io. E dall’io non può esserci un “di fuori”, non a queste ineluttabili condizioni, non in questo tempo, non bruciando di questo fuoco. È vero, è secco il grano di cui scrivo, perché è appassito qualcosa dentro di me, si è fatto cenere nel modo sbagliato; ma ho deciso di dare voce anche alle spighe spezzate, perché è dalle carestie che l’uomo impara a gestire la fame.

 


 

la bottiglia piange

il vaso trabocca

io mezza

 

il timone rubato lei ulisse all’albero

la salva e la uccide

e canti lacrime e suppliche

ma il palo in rupe

altra intelligenza audace

che l’avvoltoio dilania in eterno

le toglie la morte e impazzisce


 

costringe senza morte

in pelle erosa e sanguigna

vistoso il disagio il dolore

senti il tuo e lo imponi

 

così in odio la luce

e l’attesa di essere sola

per mangiarmi le viscere

 


 

 

le orme vengono incontro

non fa proprio paura

la sabbia si scosta e passo

e il passo non lascia che traccia

venga dietro correndo

 

il mare non è lontano abbastanza

lo respiro senza voltarmi

e mi bagno


 

deglutisce saliva e sale

riempiono il vuoto lungo

e mentre corrodono

le pareti ansiose

crolla sotto ogni peso

troppo leggera e fragile

 

come grano secco

si spezza al tocco del vento


 

l’organismo si vendica

dell’anima maltrattata

cambia lo schema

i bianchi in attacco

 

la difesa immunitaria

crolla contro sé stessa


 

Federica Margherita Corpina (1998) è siciliana. Studia pianoforte e flauto traverso e partecipa a livello agonistico a gare di ginnastica artistica. Si occupa di volontariato ed è una delle eccellenze uscite dal Liceo Classico “Lucio Piccolo” di Capo d’Orlando. Brillante traduttrice e interprete dei testi latini e greci, sale sul podio del Certamen Peloritanum ed è campionessa regionale alle Olimpiadi di Lingua e Cultura Classiche, nonché finalista nazionale. Si interessa anche alle materie scientifiche e rappresenta in Francia il Liceo nell’ambito del progetto “Erasmus plus” di matematica. Consegue diverse certificazioni di lingua inglese all’estero. Nel 2015 partecipa per la prima volta al progetto “La Balena di Ghiaccio”, premio di poesia per i giovani intitolato al poeta e psicoanalista orlandino Basilio Reale vincendo una sezione dedicata all’archetipo della Tigre. Ma è nel 2017 che risulta vincitrice assoluta della Balena firmando un contratto editoriale con Fiorina. A dicembre dello stesso anno – grazie all’entusiasmo dell’editore Giovanni Fassio e alla figura di Maria Grazia Insinga, mentore, amica e curatrice della collana di poesia contemporanea inedita “Isolario” – esordisce con la sua opera prima in forma di leporello, intitolata “Per fuoco non per tempo” (www.fiorinaedizioni.com/prodotto/per-fuoco-non-per-tempo-federica-corpina/). Attualmente risiede a Roma, dove studia Lettere Classiche alla Sapienza.

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