Megalomania – Muse: Origin of Symmetry

Nel panorama del mainstream, per poi uscirne; e poi ritornarvi ancora, per volgere lo sguardo altrove. Questo e altro risponde al nome di Muse. L’alternative rock band britannica, ancora nella scena musicale e sempre più eclettica nella sua forma, ha trovato uno degli apici della propria carriera nel secondo album, quello che proverbialmente è “sempre il più difficile / nella carriera di un artista”Ne parliamo oggi, con un articolo di Bruno Santini


Quando, il 17 luglio del 2001, venne pubblicato Origin of Symmetry, gli estimatori dei Muse compresero che era stato compiuto un passo particolare. Neonata (New Born, è la prima traccia), la band aveva elaborato uno stile musicale tendente all’hard rock, ricco di assoli e riff più elaborati. Con il progetto così pensato, i Muse mostravano il lato più eccentrico di loro stessi.

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A distanza di anni, come se si fosse Giano Bifronte, si guarda avanti cercando la replica di quell’album, si guarda indietro chiamando, quell’album, capolavoro. Ed è guardando meglio che si scovano i principi fondamentali di quel capolavoro: si scova quel pacato delle prime note, che si evolve sperimentalmente in un rock duro che, da quel momento in poi, decide di diventare protagonista dell’album e di un’intera carriera. Si scovano le tastiere che rubano la scena in Space Dementia, e le batterie che, scandendo, sembrano quasi carezzarle. Si scova la voce devastante, eppure mai carica d’odio e di malinconia, di Matthew Bellamy. Si scova, infine, la chitarra impazzita di Plug In Baby, che si spoglia delle sue naturali componenti e fa da metronomo a tutto il resto, specie ad un urlo impazzito finale che veste / il figlio nudo.

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Si scovano le due punte di diamante di raffinato valore all’interno di un lavoro complessivamente spettacolare. Hyper Music è la prima. Il suo riff, i suoi accordi, la sua tendenza a divenire esplosiva prima, quiescente poi, sono tutti elementi che rigano le pareti celebrali, con la stessa delicatezza di cui si serve un pick-up per sfiorare il vinile. Tutti elementi che rimangono ben saldi e difficilmente scardinabili. La seconda è Megalomania, ultima traccia dell’album. Gli ultimi quattro dei cinquantuno minuti totali lasciano spazio a una rappresentazione di elevatissimo valore. Una scenografia di sublime bellezza, carica di un ritmo straziante dettato dalle percussioni imperversanti e dalle voci in preda ad una rara follia; una scenografia che si conclude, come una megalomane opera teatrale, con l’organo di un perfetto Matthew Bellamy. E’ soltanto il preludio, l’anticipazione, lo spoiler – diremmo in gergo – della caduta della maschera:  Togli il tuo travestimento / so che sotto ci sono io.


di Bruno Santini
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