Desiderio di verticalizzazione – un’opera e quattro domande a Valerio Brando

A.R: Per iniziare mi sembra doveroso chiederti da dove nasce la tua sensibilità per la fotografia

V.B: Le mie foto sono il riflesso di momenti specifici della mia vita, anche quotidiana.

A.R: Quale approccio consiglieresti per la lettura delle tue foto?

V.B: Una delle cose che meno sopporto è quella di essere categorizzato: io non sono un ritrattista, non faccio foto d’ambiente, non mi dedico alla street photography, non sono un food blogger.

A.R: Quale artista hai preso come modello?

V.B: Ciò che scatto è l’espressione dell’attimo in cui il mio occhio ha colto un dettaglio e non importa se in quel momento è una persona, un palazzo, un cane, un mosaico o un altro fotografo.

A.R: Come prendono vita gli scenari delle tue foto?

V.B: Ogni foto ha un suo momento, cui faccio ricondurre sensazioni e che, chi mi conosce un po’, riesce ad individuare e decifrare con un minimo di attenzione.

A.R: Le tue foto hanno una connessione tra loro o sono opere individuali?

V.B: Per rendere più chiara la comprensione di un mio scatto, mi basta dire che ognuno di essi rappresenta un bisogno o una necessità: uno scatto di un palazzo particolarmente alto rappresenta un desiderio di elevazione, di miglioramento; uno scatto di un gruppo di persone può indicare un tentativo di identificazione con una certa cerchia di individui; uno scatto in cui prevalgono oggetti è senza alcun dubbio indice del tentativo di cogliere qualcosa di positivo nella quotidianità.


1.jpg

In uno dei posti che stonano di più col paesaggio napoletano ho scattato questa foto. Credo che tuttora mi rappresenti e sia una degli scatti che preferisco in assoluto. Nella mia mente era esattamente come l’ho composta successivamente in fase di post produzione, comprese le luci e i contrasti che poco si discostano da quelli reali, solo leggermente più accentuati. Scattare in bianco e nero, inoltre, mi costringe a soffermarmi maggiormente sul messaggio che voglio attribuire alla foto, in quanto ho sempre pensato che il colore potesse distogliere l’attenzione dal potere espressivo di un’immagine.

Scelsi la giornata adatta per ottenere lo scatto: nuvolosa, col vento giusto e la luce diffusa che ha reso possibile ottenere questa foto così com’è.

Un edificio che sembra quasi una lama, fende il cielo, pare ne tocchi il punto più elevato, un limite invalicabile. Oppure no.
Questo desiderio di verticalizzazione che spinge l’occhio a domandarsi circa l’altrove per poi ritrovarsi in sé stesso, simile ma non uguale, non necessariamente nella stessa versione, magari opposta.

Nonostante non sia uno scatto recente, ritengo giusto indicarlo tra quelli in cui mi identifico: come lo stesso edificio rappresentato, situato nel Centro Direzionale di Napoli, lontano dalla storicità e dal contesto architetturale napoletano,  così io, spesso, avverto la necessità di allontanarmi da una realtà che non ritengo mi appartenga, semplicemente sollevando lo sguardo.

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