Nel recinto di mezzo. Anna Giulia Panini: cinque poesie e cinque domande all’autrice

Quando, qualche anno fa, ho incontrato i versi di Anna Giulia Panini, la mia poesia è cambiata: il verso ha iniziato a tremare, le sillabe crollavano, e tutto mi portava alla sua voce. Questa voce di campagna e di Babele, di marmellata e profezia. A voi le sue parole: che abbiano eco.

N.B. Per comodità abbiamo scelto di utilizzare M.T. e A.P., al posto di riportare, a ogni domanda e risposta, i nostri nomi per esteso.


 

M.T.  Anche gli angeli insonni si acquietano/ sul mio petto e odono quest’assenza. Dici anche, a sottolineare che l’angelo è successivo, l’angelo è un di più. Ma soprattutto è insonne: cosa ne turba il sonno? Se, infatti, l’assenza è sentita a posteriori, c’è qualcos’altro che lo smuove…

A.P.  Prima di tutto desidero ringraziarti e ringraziare Nefele per l’ospitalità.

Venendo alla tua domanda, inizio con una premessa di carattere generale e cioè che la

poesia è luogo dell’angelo-anima e questo ne spiega la matrice indefinibile e sfuggente.

I suoi oggetti, nel mio modo di intendere, sentire e quindi di scrivere,  sono colti nella loro interiorità, così che un fazzoletto di terra coltivata è davvero Il Giardino, un comune volatile La Colombina e un certo aggregato di materia la Pietra Rubia; e non intendo, ribadisco, in senso metaforico.

I luoghi della poesia si espandono all’invisibile e il carico della visione è meraviglioso, talora terrificante e dispendioso in termini di energia interiore. Là dove tutto è vivo ed espressivo, parafrasando Wordsworth, vi è un investimento continuo di attenzione e dialogo. Per questo l’Angelo, figura archetipica che si presta a rappresentare di volta in volta, l’ombra, il daimon, lo spirito protettore, le diecimila creature, il ponte tra mistero e rivelato, per questo, dicevo, è insonne.

Il dono, nel testo in esame, è rovesciato; riguarda il riposo dalla visione, il potersi calare per un poco nella prosaicità, nella dimensione in cui una mela è solo un frutto, lasciando tacere le suggestioni mitiche che ci tallonano.

Siamo creature instabili che abitano una terra di mezzo che non è casa e non è esilio.

 

M.T.  E poi domani, ancora, il vaticinio. Il poeta è profeta e fanciullo. Il vaticinio è concentus, cantare insieme. Tuttavia, non voglio chiederti con chi canti: piuttosto, mi interessa sapere se la profezia è un vedere-avanti oppure un vedere-oltre.

A.P.  La tua domanda mi dà il destro per rispondere (a titolo esclusivamente personale naturalmente) al quesito che spesso viene posto sul ruolo e l’importanza del

poeta (nel nostro tempo specialmente), presenza, a mio avviso, tanto necessaria quanto quella del filosofo e dello scienziato.

Dico nel nostro tempo specialmente, perché quando si tagliano le relazioni con l’elemento spirituale e si elimina tutto ciò che non può essere espresso in termini scientifici e statistici, chiamiamolo il lato invisibile, ci si condanna a una vita amputata, dominata dalla mancanza di senso e dalla disperazione.

Il poeta del nostro tempo può provare (a contribuire) a riparare questa frattura, rivelando le sue intuizioni (da non confondersi con gli stati emotivi, come ben spiega Hillman), mostrando la vita nella vita, gli indizi di senso che abitano l’intera faccenda cui siamo stati chiamati a prendere parte.

La lotta del poeta contemporaneo dovrebbe essere contro tutto ciò che contribuisce a generare quegli “uomini senza petto” così ben descritti da C.S. Lewis, senza emozioni, senza speranze, cinici e banalmente spietati, in fondo e in una parola, disumani.

In questo senso lo sguardo profetico della poesia è un vedere oltre e il ruolo del poeta è un ruolo sociale.

 

M.T. Qui, nel recinto di mezzo
pascoliamo, taluni a caso, altri
convinti dei punti cardinali.

Paradiso, paradeiza, recinto. L’origine è separazione, come indicano i primi verbi non copulativi della Bibbia. Ma tu ci collochi nel recinto di mezzo: qui la lotta tra il bosco e la città, tra l’ordine della selva, che è uno sperdersi, un disperdersi, e quello dell’Urbe, dove le cattedrali indicano il Nord, o i casolari il Sud. È così necessario avere una direzione?

A.P.  Il disorientamento è un elemento proprio di ogni uomo per il fatto stesso di essere stato chiamato quaggiù, in un luogo che gli è estraneo e con il quale deve misurarsi dalla nascita alla morte. A ciò si aggiunga la continua tensione, più o meno cosciente e avvertita, tra l’elemento spirituale che sente (forse ricorda) di appartenere ad altri luoghi e quello materiale chiamato a vivere e ad abitare un globo rotante, fra mille difficoltà e sofferenze, con tutta la sua fragilità.

L’uomo sperimenta,  crescendo, la dicotomia tra le istanze di felicità dell’eterno fanciullo e l’esperienza devastante della sventura che è contingente ed esistenziale.

Da qui la sensazione di vivere sempre in bilico tra il meraviglioso e il tremendo, tra l’innocenza e la mostruosità e la tentazione insopprimibile di dare un senso e una direzione al proprio vivere, alla sofferenza specialmente.

Le risposte individuali sono differenti: ci sono i sostenitori del caso e del caos, che preferiscono congelare il dolore della nascita e della ricerca del destino individuale, nell’assenza di senso; i positivisti, fermamente aggrappati ai punti cardinali della scienza, del progresso o dell’universo intelligente; i religiosi e poi gli ignavi che vivono a caso, senza porsi il problema né della casualità, né della causalità.

Per rispondere infine alla tua domanda sull’importanza della direzione, la mia risposta è sì, io credo sia importante, se si dà al termine una certa accezione. Credo che il processo di conoscenza di sé, di coscienza, sia l’unica direzione feconda, sensata e universale, valevole cioè per gli atei come per gli agnostici e i religiosi. Il viaggio nel profondo da un lato ci avvicina al mistero (con timore e tremore ma anche immensa curiosità) e dall’altro può colmarci di significanza, svelandoci la relazione che ci gemella a tutto ciò che esiste e redimendoci dalla solitudine cosmica cui il materialismo scientifico della nostra epoca ci ha condannati. Il poeta, come il profeta, è sempre nostalgico ma non necessariamente disperato.

 

M.T.  Dici che la poesia è un presepe in divenire. Tutto, sembra, trova la sua collocazione. Ma quale voce decide dove camminano i pastori, su quale precipizio si addormenta Benino?

A.P.  Ecco una domanda di cui non conosco la risposta ultima.

Mi spiego meglio: il presepe/poesia per me e nel senso del testo, è un’immagine in movimento in cui ciascun personaggio si muove secondo la propria speciale biografia e voce storicamente individuale. Vi è posto per il pastore e per l’erudito, per il paesaggio notturno che inscrive ciascuno in modo diverso, per l’adoratore del Puer Natus e per chi riposa sull’erba discorrendo d’amore o d’avventure; per la voce dell’angelo e per il silenzio, per chi carezza la cincia e per chi sogna sogni intraducibili.

Ma vista dall’esterno quell’immagine orfica non è disarmonica o frammentaria, benché continui a prendere forma e la scena si arricchisca. Stranamente e con stupore funziona.

Secolo dopo secolo, funziona.

 

M.T.  Non vedo l’ora di sapere la tua risposta a questa domanda: cosa c’è di lirico al di fuori del de-lirico?

A.P.  È una domanda complessa e meriterebbe forse da parte mia maggiore riflessione e competenza e meno azzardo, ma proverò a risponderti. Anche perché è una bella domanda da porre e da porsi di questi tempi, in quanto ci costringe su un significante così abusato da non sapere più se altro non sia che un simulacro di scolastica memoria buono per le chiacchiere da salotto intellettuale.

Il lirismo, destoricizzando il termine, a mio parere non è un modo di dire le cose ma di osservare; di osservare e fare esperienza, di vivere per immagini, di scoprire intuitivamente paesaggi e grandi spazi negli interstizi, di emozionarsi nel senso più lato e meno romantico del termine.

In effetti, anche se si pensa all’etimologia, il fatto che esso sia intimamente collegato alla musica, che è uno dei canali di accesso all’invisibile, sembra confortare una possibile accezione del termine al di là dei tempi e delle mode.

Lirico è l’occhio dell’amante. Tutti i poeti sono amanti (e si sa che l’amore, come ogni passione, contiene il suo alter ego, la sua ombra, l’odio e la distruzione).

La forma, poi,  in cui il lirismo poetico si esprimerà non sarà più importante dell’emozione/immagine che vuole comunicare.

Quel che conta è che l’occhio del poeta rompa la densità della materia e questo è sempre molto lirico (e sempre in senso non manieristico).

Il linguaggio, in poesia, è una necessità funzionale all’immagine interiore, la ‘macchina enigma’ che consente di dialogare con le architetture del mondo e quando parola e immagine interiore si incontrano si sprigiona veramente qualcosa di sovrumano.

D’altro canto, la poesia è uno stato di coscienza, non un esperimento di stile o l’espressione aulica di qualche sentimento. In questo senso occorre praticare l’umiltà come postulato: non scriveremo poesie semplicemente perché lo vogliamo o lo desideriamo, anche se desiderarlo non è un male, come non è un male aspirare a farsi conoscere, purché ciò non diventi lo scopo della scrittura poetica. In tal caso scrivere sarà un tormento egotico che porterà a pessimi risultati.

Perché (come sostenuto da poeti di indubbia fama) non sappiamo mai da dove ci giunga la scrittura, la parola, la poesia.

Segno che forse davvero il daimon è in noi ma non è noi.


 

I

Dov’è il giardino stanotte, dove
la colombina dagli occhi di rubino?

Anche gli angeli insonni si acquietano
sul mio petto e odono quest’assenza

anche la pietra rubia, sotto il mio piede,
è immemore ed è immota.

Io stessa sono silenzio e ombre
forma d’amore nuda
senza tempo.

Questa è la grazia: che tacciano
le voci per un poco, dorma
il mistero, ci accolga un nido
dove posare il capo
e poi domani, ancora, il vaticinio.

II

Lei dice che accadono
di marzo tutte le cose
che devono venire a compimento.

Io stessa a volte covo
un sentimento di giorni
blu pavone e di lanterne
non solo miei, non solo.

E nonostante l’enigma
soverchiante e lo sfacelo
a venire dei meli, dei susini
e degli amplessi permane

quest’attesa di bruciare
come amorose vampe
alchemico mercurio
il Kundalini.

È nello scrigno di pietra
che dormono i segreti
da svelare e noi
li rincorriamo, ciechi
a mani tese, mai persuasi.
Come di marzo, i cieli.

III

Andavano di corsa le campane
al tempo dei miei calzettoni gialli
quando bastava poco, un me
un passero o un ramarro
a contenere ogni presagio dell’arcano.

Tutto era varco per l’eterno
là dove non era nata ancora
l’idea pungente del sapere
o peggio, la sua fascinazione.

Il vero è un pozzo
in cui non ci si specchia
se non al nascere
e dopo, nel morire.

Qui, nel recinto di mezzo
pascoliamo, taluni a caso, altri
convinti dei punti cardinali.

IV

Di certo sarò
di quelli che cadono.

Non ho cardato lane per la filatura
o foderato di pelliccia il mio mantello.

Piuttosto ho amato contemplare
l’agnello tiepido di latte e il suo candore
ho aperto invece le porte superiori
traendone visioni e accecamenti.

In tutto l’affannoso avvicendarsi
gli amori repentini e le paludi
i paradisi, le sfere di cristallo
ho avuto sempre lo zingaro
sul cuore a gemellarmi
all’altrimenti e all’altrove.

Di certo cadrò
come cadono gli aironi
l’angolo retto del collo
il perpendicolo senza più vertigine
il tonfo piccolissimo nel cosmo.

Dicono che mi sveglierà tra mille anni
da un sonno fossile nell’ambra
chissà quale bacio futurista.

V

Non uso la parola angusta
in tutte le sue fredde cromature
ché abbiamo un solo nido
io e le cince.

Morbida piuma al tocco si fa segno
e traccia l’algoritmo della gioia.

La poesia è un presepe in divenire.

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