Vinicio Capossela – Dentro tutte le mattine

“L’ussaro è nomade delle campagne… guerriero… attraversa la terra, e se non muore entro i trent’anni è un cialtrone”.

– da “Non si muore tutte le mattine”

Quest’oggi interromperemo il nostro canovaccio consueto delle interviste per entrare nel mondo di un libro che si intitola “Non si muore tutte le mattine”, scritto dal cantante e – si capisce – scrivente Vinicio Capossela, ormai già quattordici anni fa, nel 2004, e premiato pure col Premio letterario Frignano, come dice il retro della copertina che mi appartiene. Si tratta di un libro, come vedremo, asettico, costruito in maniera particolare, come il concerto di una grande orchestra. E di un libro in cui le sfaccettature non tardano a venire. Ma non voglio dirvi di più, perché tratteremo di tutto ciò all’interno di quest’articolo. Intanto, vi auguro di fare una buona lettura.

Questo libro io non l’ho letto tutto. O meglio, non l’ho letto nella sua interità, seguendo un percorso che andasse dall’inizio alla fine, perché, come dice la descrizione che c’è sul retro della copertina del libro, “è un romanzo scomponibile, una cassettiera”. Perché, sicuramente è un libro che ha un inizio ed una fine, ma ciò non importa alla fine dei conti se, come ho fatto io, non ti interessa trovare un filo logico alla storia. Ed è lo stesso Capossela a dire: “Vorrei che queste pagine si potessero prendere a etto, sfuse, a capitoli, ognuno la parte che gli serve, come dal macellaio.” Quello che ne ho ricavato sono state impressioni, eventi che si sono presentati scollegati tra di loro, ma tutti con una loro precisa narrazione.

La narrazione procede per capitoli, come già abbiamo fatto intendere. Ogni capitolo è accompagnato da un sottotitolo, se così possiamo chiamarlo, che in realtà più che un sottotitolo è un’ulteriore descrizione. Il primo capitolo, infatti, porta come descrizione “Ouverture”; il penultimo “Ultima capitolazione”. È quasi come se stessimo parlando di un grande concerto, che si svolge attraverso varie fasi, varie stanze. Un grande concerto che percorre la vita stessa di Capossela, narrata attraverso il filtro della sua scrittura.

In effetti, il romanzo non ha dei veri e propri nessi logici tra un capitolo e l’altro. O meglio, forse ce li ha, ma il racconto che si svolge all’interno di uno dei capitoli assume più importanza rispetto alla storia generale, che si tratteggia più per associazione che per costruzione. Troviamo Capossela parlare di viaggi che a bordo della sua Volvo si allungano per tutte le strade balcaniche, e poi passare alla narrazione di ciò che avviene nella sua camera d’albergo, tra le ombre della sua casa.

Questo non significa che l’intero racconto non abbia un filo che colleghi tutte queste esperienze. Al contrario, il discorso parte da un estremo e arriva all’altro. Capossela inizia raccontando della sua (se è lecito parlare di totalmente sua) inerzia, di una debolezza mentale che si appiccica addosso come l’afa dell’estate, quando si è in città; per arrivare poi ad una conclusione, l’accettazione di sé, della vita attorno, del fatto che ogni istante passa come un dono, un dono che puoi fare a te e agli altri. “Svuotarsi agli estranei, e non conservarsi niente.” arriva a dire verso la fine del libro. Non diventare mai semplici figure, essere sempre mobili, è il messaggio che traspare nella conclusione.

Ma entriamo di più nel dettaglio di ciò che dice, leggendo tra le sue parole. Il mondo di Vinicio Capossela è un mondo che si barcamena tra la narrazione del suo vissuto e un campionario di personaggi immaginifici che assomigliano tanto a quel mondo di folletti e di fantasmi che tutti noi abbiamo più o meno in mente per averne sentito parlare da piccoli. Abbiamo Nuttless, il suo amico fidato, per il quale lui è Nudols, come in “C’era una volta in America” di Sergio Leone. In “C’era una volta in America”, Noodles (di cui Nudols è la storpiatura) lavora, da ragazzo, per tanto tempo al fianco del suo amico socio. Qui è lo stesso: Capossela, in alcune pagine, sembra voler apprendere da Nuttless come si vive, cosa si fa per poter tenersi a galla. E Nuttless lo istruisce, lo accompagna nelle sue bravate, gli da consigli.

Insegue l’epopea, il mito dell’epopea che un giorno arriverà a renderlo grande. E Nuttless, il suo amico, insegue questo sogno, questa grandezza, che non arriverà mai, come mai, per esempio, è capitato ad un altro grande della storia, a cui Nuttless si ispira: Napoleone.

Napoleone, anche, è un personaggio che spesso compare tra i pensieri di Capossela. Ne scrive che ragiona della sua vita dall’esilio dell’isola di Sant’Elena, oppure nel bel mezzo della disfatta della campagna russa, o a Waterloo. è l’emblema della sconfitta, della mania di grandezza che incontra il suo fatale destino di caduta.

Ma questi non sono gli unici due ad accompagnare Capossela. Ci sono il poeta Caarlo, oppure il cantante italoamericano Tony Castellano, a costeggiare la vita assieme a lui. Con le loro enormi contraddizioni, la loro umanità strabordante ed eccessiva, regalano a Capossela parole che sembrano preziose. E Capossela, da loro, sembra immagazzinare il mondo che poi va a raccontare, le conclusioni a cui giunge; e da loro sembra recepire scampoli di una vita vissuta a fondo, e da lontano, e secondo una conduttrice che trascende tutti gli schemi esistenti e ne crea di propri.

Ma quando scrive, Capossela, sembra voler ricreare un mondo di ricordi. Inserirli sfusi, attraverso la narrazione. Qui dentro ci finisce tutto quel che lui è stato, e tutto quello che ha assorbito, come persona. E ciò che lo ha toccato, quel che lo ha cambiato, finisce per compromettere l’intero esito delle sue parole, a partire da quello che dice per finire a come lo dice: un atteggiamento nei confronti della vita da eterno scolaro.

E a ben vedere il libro non ha una fine. La fine, nel libro, è la fine dell’estate. Ma ciò che succede dopo non viene specificato, né preannunciato, perché se è vero che possiamo considerare questo libro una scatola di ricordi, qui il dopo deve ancora compiersi. E finisce perché deve finire, altrimenti continuerebbe fino alla fine della riserva delle storie.

Perciò, questo, possiamo considerarlo un libro sui viaggi, sui ritorni, e sulle perdizioni. Capossela ha sempre in mente di andare da qualche parte, chissà poi se ritorna; ma l’importante non è il ritorno. Caarlo ad un certo punto gli dice: “L’umanità… sei disposto tu a rotolarcici in mezzo oppure hai ancora troppa paura di sporcarti?”

È un libro di continuo movimento, di derapate e brutte storie, ma prima di tutto di una vita autentica, che altrimenti il libro non sarebbe neanche potuto nascere.

di Samuele D’Alterio
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